mercoledì 28 dicembre 2016

Quali sono i problemi della giustizia italiana, lentezza cronica a parte..

Illustro di seguito la mia personale valutazione sui problemi della giustizia italiana, nello specifico qui tratto situazioni inerenti alcuni casi avvenuti su competenza territoriale romana mentre per altre regioni dovrei fare un post con altre valutazioni, non positive.

Sui casi romani le valutazioni sono inerenti querele da me presentate. Tutte fondate e di importanza notevole.

Il primo problema ravvisato è semplice:
Si è trattato dell'ostracismo effettuato da un singolo P.M. verso querele da me presentate, ostracismo che aveva come scopo quello di sminuire la mia credibilità. Le querele di cui parlo è con cui ho confezionato un fascicolo unico vennero "inibite" poiché quel PM era probabilmente convinto che andassero a toccare un "prediletto".

Vediamo nel dettaglio:

Una querela per appropriazione indebita di euro 100 veniva assegnata ad un PM diverso dal "solito".
In questa querela la gravità del fatto non erano tanto i 100 euro di cui al capo di imputazione, ma svelare come questo personaggio aveva accesso a documenti coperti da segreto istruttorio e con che aiuti si rendesse "credibile" nel presentarsi come capitano dei carabinieri.
Questo signore fu messo sotto intercettazione e ne uscirà un tentato omicidio ai danni di un ragazzo, con arresto sia di questo signore che di altre persone.

Parallelamente avevo presentato un altra querela per moleste chiamate anonime notturne avvenute nelle notti di Natale e verso fine anno (credo 2013).
Questa querela, stranamente finisce in mano al PM che aveva già avuto atteggiamenti ostili verso la mia persona e proprio in questa querela era da me stato scritto. Si faceva riferimento, infatti, ad altre telefonate anonime che avevo ricevuto di notte a novembre 2012 e avevo scritto anche da parte di chi di era scoperto da altri atti processuali erano venute. Infatti su dei "tabulati" agli atti a tutt'oggi si ravvisavano telefonate alla mia utenza notturne coperte da anonimato poi svelate dai tabulati. "Il prediletto". Per cui evidentemente per tutelare il "prediletto" veniva sminuita la mia querela di chiamate anonime moleste notturne. Il PM chiese di archiviare in quanto a suo avviso chiamate moleste anonime notturne non destavano molestia (a lui sicuramente no).
Il gip archivia non per quanto detto dal PM ma poiché dopo mia opposizione scrive che non avendo il PM effettuato alcuna indagine ne quindi acquisito i tabulati (come invece avevo richiesto sulla querela) ed essendo passato due anni, i gestori non hanno più i dati per cui lui, il gip, non ha elementi per poter procedere.

Ecco il primo grande problema della giustizia italiana. Un PM che non effettua indagini neppure quelle basilari.

In realtà su tutt'altro procedimento veniva fatto sia acquisizione di tabulati che intercettazioni che porteranno, appunto, all'arresto immediato di quel personaggio, con l'accusa di tentato omicidio.

Ora siamo al punto: essendo venuti a conoscenza che dei tabulati sono stati acquisiti, il gip può anche riaprire il procedimento essendo sopraggiunte le prove necessarie.
Non servirà più riaprirlo poiché il personaggio già scoperto e non grazie al PM che mi faceva ostracismo ma all'altro più scrupoloso, verrà arrestato per altri motivi e nel frattempo è deceduto.

Importante di presentare una querela per danni patiti è di tutelare la parte offesa e l'arresto avvenuto subito appresso ha fatto sì che quelle tante persone che si affidavano a questo "signore" sapessero cosa in realtà facesse.
Faccio notare che per presentate questa querela trovai molta resistenza per cui cambiai posto.

Un altra querela da me presentata ha portato alla luce un gruppo di persone che vivevano nell'illecito con l'uso di sistemi minatori; aggressioni; violenze.
Portata avanti presumo secretata in quanto fino a poco tempo fa non compariva nel mio 335, la rimetto solo dopo che 2 dei querelati sono stati arrestati uno nell'operazione nido d'aquila; uno nel blitz che porterà in carcere 37 persone.

La mia valutazione è che la giustizia funziona bene quando come visto sopra due PM hanno fatto il loro lavoro egregiamente
Funziona male quando un PM sminuisce la parte offesa, come accaduto e come destino abbia voluto far notare che la sua scelta è stata una figuraccia dati i fatti gravissimi poi emersi. (Arresto per tentato omicidio non pizza e fichi).

Ora se il PM che mi fece archiviare la querela di telefonate moleste notturne, fatte da quello che poi è stato arrestato per motivi gravissimi, che segue determinati reati, ha avuto in carico anche le mie 4 querele su atti persecutori e minacce di morte che ricevo con ciclicità quotidiana da oltre 1 anno è lo stesso, mi auguro stavolta faccia più attenzione a non tentare di nuovo di sminuire dato che la minaccia è arrivata anche ieri sera ore 00,01, riportato sul blog a lato sx,  numero in chiaro. Molestatore seriale, stalker, ossessivo compulsivo. E risparmiamo per ora il tizio che ieri ha fatto irruzione in casa alla presenza dei miei vicini che mi hanno telefonato e hanno chiamato i Carabinieri.  Questo per dire che prima di presentate una querela abbozzo poi quando le persone persistono nel voler prevaricare e agire di illecito mi scazzo e presento querela con la speranza che non passino anni.

Secondo grave problema della giustizia: la lentezza su fatti gravi.

Minacce di morte continuano; un plauso ai Carabinieri efficienti e meravigliosi mentre purtroppo la Procura di Roma continua ad essere lenta

Oggi 27/12/2016 sono accaduti due fatti:
Stasera un tizio ha tentato di fare irruzione verso le ore 21 dentro la casa in cui sono direttrice, fino ad infilarsi nelle scale condominiali.
I Carabinieri sono stati eccellenti, arrivati velocissimi e li ringrazio di cuore.

Venivo chiamata da una vicina e venivano chiamati i carabinieri. Arrivata sul posto vengo a sapere che la persona che aveva tentato l'irruzione aveva vistosamente bevuto e che al nostro arrivo era andato via. Mi raccontano i vicini ciò che urlava.

Si verrà a sapere che si è presentato dopo aver ricevuto la chiamata di una signora che vive in via San Biagio Platani e che gli avrebbe riferito delle cose su me.
Questa signora già nota per amare il pettegolezzo avrebbe "caricato" telefonicamente questo soggetto che ha già precedenti episodi violenti.
La signora, consapevole di poter arrecare danno a terzi, ha compiuto tale telefonata all'uomo (ravvisabile da tabulato telefonico) per caricarlo ad inveire verso la mia persona, diversi i testimoni dell'accaduto prima del mio arrivo.
Il motivo pare sia "non devi magnare do magno io".

Pochi minuti fa mi squilla il telefono, verso mezzanotte, numero che non conosco, non rispondo. Arriva subito appresso un sms che pubblico in chiaro di lato al blog, con dicitura minacce.... , chiaramente sarà un integrazione a 4 querele già presentate oltre un anno fa.
Dal numero l'autorità potrà risalire all'autore e verificare se è lo stesso soggetto da me già querelato 4 volte e attualmente in libertà, senza alcun giudizio.
Poi spiegherà a chi apre.

lunedì 26 dicembre 2016

di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) –

L’altro giorno l’ho scritto sul filo del paradosso. Ma più passano i giorni più il discorso mi pare serio. I 5Stelle non ce la possono fare a governare Roma, né tantomeno l’Italia. Un po’ per i loro errori e carenze, evidenti e noti a tutti. Ma soprattutto perché non si può governare una nazione corrotta e una capitale infetta soli contro tutti. Quindi lo ammettano onestamente, si scusino per non essere all’altezza delle aspettative, si ritirino in un eremo a studiare e prepararsi per una prossima occasione e nel frattempo lascino il campo agli altri: gli uomini di mondo e di partito, quelli bravi, competenti e capaci. Esaminiamo a mente fredda tre scene.

1) Virginia Raggi al Quirinale saluta mesta decine di sedie vuote attorno a sé mentre i politici veri, quelli che hanno spolpato l’Italia e depredato Roma, si avvinghiano e si abbracciano per augurarsi un nuovo anno pieno di soddisfazioni (per loro) e grassazioni (per noi). Gentiloni salva Mediaset dai francesi cattivi, B. lo aiuta a salvare Mps disossato dalla banca del buco, una mano lava l’altra, e chissenefrega se B. è un pregiudicato circondato da condannati (Cuffaro, Dell’Utri, Previti, e ora anche Formigoni e Scopelliti).

2) L’Oref (i revisori dei conti) boccia il bilancio della Raggi dopo aver avallato tutti quelli (perlopiù falsi) delle giunte precedenti che hanno disossato la Capitale, con le opposizioni e i giornali che evocano lo spettro del commissariamento (e pazienza se il parere dell’Oref non è vincolante e se per approvare i bilanci comunali c’è tempo fino al 27 febbraio, tant’è che in 20 anni nessuna giunta ha mai rispettato la scadenza del 31 dicembre).

3) Giornaloni e tg amplificano i casi giudiziari dei 5Stelle e nascondono quelli, infinitamente più gravi, dei partiti. Intendiamoci: non è una novità, nè un complotto. È un fatto culturale, una forma mentis (anzi dementis) che impregna tutto l’establishment e non si lascia scalfire neppure dall’evidenza. Quasi tutti i politici, i giornalisti, i manager pubblici e privati si sentono inquilini esclusivi di un mondo a parte, chiuso in se stesso, impermeabile a ogni intrusione esterna. Basta osservarli nei Porftolio di Pizzi e nei Cafonal di Dagospia: si fiutano, si strusciano, si palpano, si baciano, si riconoscono anche a occhi bendati, al tatto e all’olfatto. E non ammettono estranei. Con i barbari a 5Stelle speravano di cavarsela come 25 anni fa coi leghisti: comprandoseli. Per ora non ci sono riusciti.

Quando la Raggi dice no al magnamagna olimpico, sono sinceramente increduli, sgomenti. Come si permette questa marziana teleguidata da un “ex comico” di non dire Signorsì, come tutti, come sempre? Da allora, la sindaca Raggi e chiunque le si avvicini diventa un appestato, un lebbroso, un paria da sputtanare e isolare. Lei ci mette del suo, collaborando con errori marchiani alla propria mostrificazione. Ma il resto, il grosso lo fa il Sistema, inventandosi di tutto. Notizie false. Liaison amorose. Persino nuove categorie giuridiche, come quelle che campeggiavano l’altroieri sulle prime pagine: “Ora Raggi può finire indagata”, “Vicino l’avviso di garanzia” (Repubblica), “Probabile invito a comparire per abuso d’ufficio” (Messaggero), “Avviso di garanzia in arrivo” (Giornale), “Raggi presto indagata” (Unità). Nemmeno ai tempi di Tangentopoli si era arrivati a tanto: gli avvisi, così come le iscrizioni, o ci sono o non ci sono. Si possono prevedere, ma aprire le prime pagine dei giornali su un oracolo, fra l’altro piuttosto trascurabile (si parla della promozione del dirigente comunale del Turismo, non di tangenti), fa ridere e pena. Tantopiù che alle tangenti milionarie contestate ai vertici Eni, sulle prime pagine (tranne la nostra) non c’è una riga. E il caso del sindaco Sala, che non “potrebbe essere indagato”, ma lo è tre volte, viene liquidato con molti elogi alla sua comica autosospensione durata tre giorni. Con le interviste di Cantone sulla sua proverbiale onestà, seguite dalla denuncia contro la Raggi. E con il suo annuncio alla Nazione: “Incontro proficuo coi magistrati: sono innocente, resto sindaco”.

Ieri poi c’era quella cosetta rivelata dal Fatto: il generale Del Sette che non “potrebbe essere”, ma è indagato per aver spifferato segreti e cimici di un’inchiesta che sta a cuore a papà Renzi: in prima pagina, zero tituli. In fondo è solo il comandante generale dei Carabinieri, mica il capo del Personale del Campidoglio. Oggi, se vorrete trovare traccia del ministro renziano Lotti indagato per la stessa soffiata, dovrete munirvi di microscopio elettronico. E vedrete che la notizia saranno le sue dichiarazioni perentorie: “L’accusa non esiste, i pm mi sentano”. Già, perché gli indagati del Sistema non attendono pazientemente che i pm li convochino (come le perfide Muraro & Raggi): sono loro a convocare i pm per interrogarli. Poi emettono pure la sentenza. Ciò che vale per l’oligarchia, non vige per gli intrusi. All’oligarchia tutto è permesso, ai marziani tutto è vietato. Il Foglio, cui non difetta la spudoratezza, lo scrive da giorni: i 5Stelle vanno arrestati e posti fuorilegge perché – assicura Sabino Cassese, l’ex giudice costituzionale prediletto da Re Giorgio – “qui si parla di eversione”. Evviva la faccia, finalmente uno che ha il coraggio di dire ciò che tutto il Sistema pensa: chi sta fuori dal giro non deve governare e, se sventuratamente vince, non potendosi abolire le elezioni, si aboliranno i vincitori. Alzi la mano chi pensa che, in un Paese così, anche se per miracolo smettessero di fare autogol, i 5Stelle potrebbero mai governare.

Buon Natale a tutti.

mercoledì 21 dicembre 2016

False inchieste

Tratto da "false inchieste"...

«L’Arma è un soggetto da mungere, la magistratura un insieme di soggetti con scarse capacità intellettive da raggirare per i propri scopi personali, i privati cittadini gonzi su cui sparare, per usare un termine caro al capitano Biancheri», scrive il gip; e in questo mix ci sono perquisizioni, anche arresti, tutto e solo per avere soldi.  La vita di un’intera caserma condizionata dalle condotte del suo comandante e dei sottufficiali che pensavano, in virtù della divisa che indossavano, di fare il bello e il cattivo tempo. Ma ce n’erano altri, che con indosso la stessa divisa soffrivano questi «loschi traffici». Spesso il capitano Biancheri ricorreva ai centralinisti per compiere accessi alle banche dati della compagnia – e lo faceva anche quando si trovava in ferie -; qualcuno dei suoi sottoposti era arrivato a inventare scuse per non dare quelle informazioni: «Capitano, la password è scaduta»

Queste sono le azioni che non combattono il crimine. Per combattere davvero il crimine bisogna essere onesti altrimenti non si è migliori dei criminali.

mercoledì 14 dicembre 2016

Nel centro di Taranto si spara ... 2015 ma anche 2016

Storie di cronaca che ancora continuano ad esistere nonostante siamo in un epoca dove i vecchi film de "il padrino" dovrebbero essere cose vecchie e superate. Invece di guardare al futuro in virtù di innovazioni, miglioramemto della natura, c'è chi ancora crede che il futuro sia denaro, crimine e droga.
Entrambi i nomi degli arrestati di cui all'articolo sotto riportato sono parte di un processo in cui sono rinviate a giudizio molte più persone, tra cui moltissimi giovani, un processo più grande che riguarda un sistema criminale molto piu profondo di ciò che si pensava di questo singolo articolo.
Andando sul profilo fb a ritroso, ho letto frasi che non lasciano spazio all'immaginazione. Tutte frasi rivolte a un qualcuno o più di qualcuno che non viene menzionato ed a cui il messaggio è proprio atto intimidatorio. Proprio su fb uno dei due utilizza termini che danno idea di affiliazione (es. andare a Napoli a fare un "servizio" e tornare; essere assoldati, ecc). Più avanti ne trascrivo alcuni a titolo esemplificativo. Considerando che alcuni di questi post fanno riferimento alla minore età del ragazzo, poiché la circostanza dei commenti e' che deve prendere la patente tra pochi mesi. Ovviamente la lettura di fb e' a ritroso e sono arrivata fin al 2013/2012, per farmi un quadro sulla personalità pregressa rispetto all'arresto. Buona lettura.

http://www.ilcorrieredelgiorno.net/nel-centro-di-taranto-si-spara-di-nuovo-e-troppo-due-arresti-effettuati-dalla-polizia/

"Nel centro di Taranto si spara di nuovo e troppo… ! Due arresti effettuati dalla polizia...."



domenica 11 dicembre 2016

Durante perquisizione in casa si spara in testa... Acilia.

"...Poco dopo quindi insieme salgono nel suo appartamento. Veroli si siede su una sedia e prende in braccio sulle sue ginocchia la fidanzata. Mentre i carabinieri cercavano la droga, all'improvviso il trentaquatrenne butta a terra la fidanzata

venerdì 9 dicembre 2016

Il presidente della repubblica mattarella dice che italicum non va bene per cui....

#Mattarella è stato eletto nel Gennaio 2015.

L'#Italicum è stato approvato nel Maggio 2015.

Qualcuno mi spiega perché il giurista Sergio Mattarella non ha spiegato al Presidente Sergio Mattarella che stava firmando una legge elettorale che, come dice oggi l'inquilino del Quirinale, impediva e impedisce al Paese di andare alle urne con un vulnus importante alla Sovranità del Popolo italiano ed ai poteri del Colle, visto che il giudice costituzionale Sergio Mattarella sosteneva,

domenica 4 dicembre 2016

Dalla Romania a Roma - convinti di approfittare della malagiustizia.

Più avanti pubblicheremo il video in cui chiedono 80mila euro per ....

Non tutte le persone di nazionalità rumena rispettano le leggi italiane ma anzi c'è ne sono alcuni che, sapendo che le leggi italiane sono innanzitutto lente e spesso malfunzionamenti mettono in moto un sistema per fregare l'italiano.

Ve ne racconto uno:

Un tizio tenta di affittare un garage. Il proprietario dell'immobile gli chiede garanzie. Il tizio prende tempo e non le da.
Quando vede che il proprietario non lo accetta ma anzi

venerdì 2 dicembre 2016

Gli scandali "mafiosi" di pulcinella

Qualcosa non quadra:
Molti giornali e telegiornali scrivono e raccontano di scandali su svariati temi,
dalla corruzione dilagante, alle occupazioni abusive di case di proprietà dei comuni assegnate a regolari con la mercificazione del bene pubblico dai mandanti delle occupazioni che tamponano mettendovi dentro le varie moglie spesso zingari con minori, attraverso la vendita illecita del bene pubblico; ecc
A qualcuno non viene in mente che l'applicazione superficiale delle leggi esistenti, i lunghi tempi che spesso portano alle prescrizioni di tali importanti reati, leggi che ci sono ma sono applicate a cazzum, consentono a questi personaggi dal fare criminoso di essere "autorizzati" a compiere illeciti? Però pensano a cambiare la costituzione quando non sono in grado di tutelare i cittadini regolari.

martedì 15 novembre 2016

Nuovo blitz a Tor Bella Monaca

All'alba di questa mattina, un nuovo importante blitz quello avvenuto in Via Giovanni Battista Scozza, sono 26 gli arresti eseguiti dagli agenti, di cui 16 arresti in carcere e 10 ai domiciliari.
Era proprio adiacente a questa via che circa 2 anni fa veniva ucciso un ragazzo di 17 anni al quale qualcuno aveva sparato alla testa mentre attraversava la strada

lunedì 14 novembre 2016

La mia conversazione con Fabrizio Corona a Sulmona

Risale ad alcuni anni fa la mia lunghissima conversazione con Fabrizio Corona.
Accadde per caso. Non ricordo esattamente l'anno, dovrei risalirci riuscendo a ricordare qualcosa che mi faccia associare ad un evento più importante che sia legato

mercoledì 9 novembre 2016

Atteggiamento della polizia indecoroso. Aggrediscono Luca Abete.




Questa è la vera formazione che fanno alle ff.oo?

Mentire, aggredire, insultare?

Beh, a dire il vero, una cosa simile l'ho vista ad aprile 2015 e poi a luglio 2015 quando due agenti volevano incastrare una persona e per quello mentirono e aggredirono per poi "gridare" loro al vittimismo ed anche qui arrivarono le (puntuali) accuse false su entrambi i casi. Chiaramente sono stati smentiti dai fatti veri.

Sono tutti fatti di cui striscia fa bene a far sapere, affinché la gente veda che tipo di paese sia diventato l'Italia ps. In peggioramento. 

martedì 8 novembre 2016

Notizie da Taranto: processo in corso per vari reati ed ipotizzata associazione di stampo mafioso

Nel 2015 una sparatoria nel centro di Taranto con due arresti. Poi l'inizio di un processo che riguarda circa 33 persone e tra i molteplici reati e'ipotizzata anche l'associazione di stampo mafioso.

"21/06/2016 - Roma - Blitz a Taranto, in manette clan mafioso. Sono 33 le persone arrestate stamattina dalla Polizia di Stato, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso, rapina aggravata, detenzione illecita di armi clandestine, danneggiamento aggravato dal metodo mafioso e altro. Le indagini, in esecuzione di un provvedimento emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Lecce, hanno preso il via dopo la scarcerazione ....." segue nel link sottostante.


Articolo completo nel link:
http://www.agi.it/cronaca/2016/06/21/news/blitz_a_taranto_33_arresti_per_associazione_mafiosa-876824/

Qui l'articolo completo della sparatoria del 2015:
http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/09/29/news/taranto-123904869/


lunedì 7 novembre 2016

Cosa è il modulo per sedicente

Iniziano con il capire cosa è il modulo per sedicente

Il termine sedicente significa : chi dice di essere.

L’' identificazione delle persone, finalizzata allo svolgimento della indagine preliminare, alla luce delle modificazioni apportate al codice di procedura penale, in materia di “giusto processo”.

Quindi sembrerebbe che si utilizzi solo qualora esista un reato e quando le indagini siano già in corso. Perché usare il modulo per sedicenti se si ha il documento di identità? 
Come si compila il modulo per sedicenti:
Chiedono alla persona firmata di scrivere le proprie generalità. In teoria dopo questo andrebbe per obbligo di legge fatta una comparazione altrimenti chiunque potrebbe farsi passare per chiunque altro. Se poi il foto segnalamento è uno solo su 4 ipotetici fermi qualche dubbio viene.
Significa che il primo fermo è vero (incendio cascina) ed il resto no.
Per capire infatti se i fermi sono tutti veri serve per ognuno un proprio foto segnalamento con date ed immagini diverse dal primo.

A seguire ai vari presunti fermi successivi al foglio di via si fa presente che ...... questo ve lo dirò più avanti. Merita molta attenzione. 

Odissea giudiziaria parte due

Quindi, da farlo passare come trafficante di droga a alcolizzato che ruba nei supermercati.
Ovviamente non hanno tenuto conto del fatto che è tra i pochissimi casi al mondo ad essere soggetto allergico.
Ecco perché quando arrivò la prima notifica per l'arresto e successivamente tramite fonti non dirette di cui parlerò più avanti, si veniva a conoscenza dell'altro giudizio, io per prima, lette le carte ho detto
"Alla seconda toppano, bisogna solo attendere e stare a guardare i passi fatti e che faranno". E così è stato. La seconda accusa fatta da un insieme di accuse ha visto l'errore eclatante.
Ed ancor più grave è ciò che è accaduto durante la detenzione della pena scontata sul primo fatto. Fatto che sarà revisionato presto.
Per cui nulla è a caso. Ad oggi posso dire che l'Italia non è un paese per onesti.
Come da titolo di un libro appena pubblicato che esce prossima settimana. 

lunedì 24 ottobre 2016

L'aggressione della polizia a Luca Abete di striscia la notizia e ....

Quanto accaduto a Luca Abete lascia esterrefatti. Non si tratta di un caso sporadico. Parlare di un errore non si può se le azioni simili sono costanti, è sempre più incalzante il fatto che inizi a sembrare consuetudine. Un modo di fare.


Dalle riprese viste in TV e sui social, Luca Abete è stato aggredito da alcuni agenti di polizia, gli sono state rivolte parole indicibili specie da chi indossa una divisa, "mongoloide ..." ed altro, usare un termine in modo dispregiativo senza il minimo rispetto di persone che hanno degli handicap, è offensivo in modo doppio e a largo raggio.

Non solo le parole indicibili ma la violenza fisica mai vista usare in nessun arresto "eclatante".
Ciò che mi ha preoccupata ancora di più, dato che si tratta di forza dell'ordine, è quanto un sonoro riproduceva su frasi dette dentro la stazione, il poliziotto accusa Abete di aver messo le mani addosso (presumo nel senso di picchiare) a una donna, in riferimento, credo alla donna, che mentre lo spintonavano, ripeteva di avere le mani alzate. Si le mani erano alzate ma intorno c'era chi spintonava Abete che dalle riprese si vede essere attaccato alla rete e si vede un ceffone che lo colpisce.

È questa accusa di aver messo le mani addosso alla donna che lascia esterrefatti. 
Non mi chiedo se si possano fare accuse del genere, poiché ho assistito personalmente ad episodi simili e di cui ancora non si conosce se sono stati aperti fascicoli che ritengo debbano essere aperti d'ufficio specie se le Autorità Competenti ne sono venuti a conoscenza (per iscritto). Non me lo chiedo perché lo ho visto fare e non ho ancora visto un procedimento che punisca tali riprovevoli azioni.

Insomma, se Abete non avesse documentato il tutto, probabilmente oggi dovrebbe difendersi da un accusa molto poco veritiera.

È molto triste vedere queste persone non essere in grado di razionalità, triste che perdano le staffe, soprattutto pericoloso, e addirittura davanti le telecamere, figuriamoci senza.

I video lasciano poco spazio all'immaginazione, sono chiari.

Sono fastidiose e povere di contenuti quelle esaltate sul social che gridano verso chi osa attaccare le divise e stanno mute davanti tali gravi azioni.
Di questa gente se ne hanno le scatole piene.

Persone false, arriviste, inutili, senza scrupoli pur di mettersi in mostra.
Figli di questo tempo malato.

Povero paese povero di valori.

Per vedere il video dell'aggressione subita da Pino Abete di Striscia la Notizia, QUI:
https://youtu.be/Yh_swRUjOcA

domenica 16 ottobre 2016

Dopo gli arresti di luglio 2016 tempo di crisi anche per ....

Dopo gli arresti di luglio 2016 in cui veniva depotenziato un intero "clan" dello spaccio di droga, a Tor Bella Monaca, indagine condotta al P.M. Dott. Michele Prestipino, la "crisi" iniziano a sentirla anche le famiglie degli arrestati.
Leggere questo articolo del messaggero spiega bene ciò che normalmente non sappiamo.
La domanda sorge spontanea: i soldi per mantenere le famiglie degli arrestati da dove provengono?

http://m.ilmessaggero.it/roma/articolo-1875101.html

sabato 15 ottobre 2016

Acea energia mercato 'tutelato' (?) - il servizio pubblico discutibile

Questo contatore (che vedete dalle foto inserite su fb) doveva essere sostituito il 1 luglio 2005, non su mia richiesta ma da disposizione di acea.

Evidentemente la sostituzione non è mai avvenuta. I fatti parlano. Dopo 11 anni quel contatore e' ancora attaccato alla presa/POD del mio negozio.

Di questo fatto mi sono accorta nel 2013/2014, dopo che per 9 anni avevo pagato le bollette per un importo quasi fisso di circa 200 euro (circa 40 giorni). A luglio 2012 chiudevo l'ufficio, le bollette a seguire continuavano ad arrivare con stessi importi da circa 190/200,00 euro cadauno così alla 2 bolletta del 2013 o alla terza vedendo che il consumo non era stimato ma rilevato, vado a vedere il contatore.

Spicca all'occhio che il mio contatore segnava circa 64mila kw mentre quello in bolletta era sui 25mila kw. Qualcosa non quadrava. Ero al telefono con operatore del call center acea quando leggo il numero di contatore che fisicamente vedevo, l'operatore riesce a capire che quel numero appartiene al precedente contatore che doveva essere asportato e non essere più li.

La domanda mi venne spontanea:
A CHI STO PAGANDO LA CORRENTE DA 9 ANNI?

Così ho subito inviato segnalazioni (tutte documentali ed ufficiali) ad acea energia (ed a acea distribuzione per conoscenza) chiedendo il conteggio giusto ed il distacco immediato del contatore che non apparteneva di fatto a noi.

Nulla. Per 3 anni hanno continuato a inviarci fatture, solleciti, minacce di messa in mora, ma a non distaccare il contatore.
Dopo 16 bollette non pagate perché non dovute dovendo pagarsele chi sta utilizzando quel contatore risultano 16 sospensioni di corrente e 16 immediate riattivazioni.

Oggi le bollette saranno persino più di 16 non pagate.

Acea energia continua a persistere nel non sistemare la vicenda impedendomi di poter affittare il mio negozio ormai da anni.
Per questo motivo mi sono rivolta alla procura per un motivo e chiedo risarcimento in sede civile per il resto.

Ps. Di recente alcuni nomi sono cambiati. Acea energia mercato tutelato è quello che non distacca nonostante la nostra raccomandata lo imponeva loro.
Distribuzione sarebbe il ramo d'azienda che dovrebbe essere inviata a fare verifica sul posto e che non è mai stata inviata, limitandosi a verifica da terminale.
Il terminale dice solo che a quella presa corrisponde un contatore, ma non dice che di fatto lì non c'è.
Solo la visita fisica può rilevarlo. Visita mai effettuata. Così abbiamo rifatto le foto con data che riportano posizionato su quel Pod un contatore che nel luglio 2005 doveva essere rimosso.
La vedo molto molto male, qualcuno dovrà dare molte delucidazioni in procura. Non possono dire di non sapere. 

giovedì 6 ottobre 2016

Non è tutto oro ciò che luccica

Anche questa storia dimostra che il cittadino italiano non è poi così sciocco e non pende dalle labbra di qualsiasi storia raccontata da fiction. Per questo viene messo in evidenza il termine FICTION: Genere letterario, cinematografico e televisivo a carattere romanzesco, basato sulla pura invenzione.

.http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/56572-capitano-ultimo-e-tutto-oro-quello-che-luccica.html

di Movimento Agende Rosse - 
Lo scorso venerdì 21 Agosto 2015 è stata resa nota l'esautorazione del “Capitano Ultimo” (alias del Colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio) dalle funzioni operative di coordinamento tra i vari reparti del Noe, il Nucleo Operativo Ecologico (di cui rimane comunque vice comandante, ma senza compiti operativi). Accanto alla notizia, giustamente denunciata, si sono affiancati elogi e difese ad honorem del colonnello De Caprio.
E' forse il caso, quindi, di ricordare alcuni episodi, dimenticati da alcuni giornalisti, che aiuteranno ad avere un'idea più completa del personaggio che deve la sua notorietà alla cattura di Totò Riina nel gennaio del 1993 e che venne consacrato come eroe da Mediaset, che gli dedicò ben tre fiction (e sembra ce ne sia una quarta in arrivo).
L'arresto di Totò Riina e la mancata perquisizione del “covo”.All’arresto del boss numero uno di Cosa Nostra fa da contraltare la ormai famosa mancata perquisizione del covo di Riina.
Dopo la cattura di Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio 1993, i magistrati della procura di Palermo erano pronti a perquisire da cima a fondo il complesso abitativo di Via Bernini, nel quale si era nascosto per tanto tempo il boss, ma il capitano Sergio De Caprio, avallato dall'allora colonnello Mario Mori, li convinse ad aspettare, promettendo di contro una sorveglianza continuativa dello stabile. I magistrati accettarono la proposta ma quella sera stessa De Caprio diede l'ordine di sospendere la sorveglianza. Nulla riferì all'Autorità Giudiziaria, né in quel momento né per i successivi 15 giorni, quando Mario Mori comunicò ai magistrati la notizia, il 30 gennaio. A quel punto la procura, con l'aiuto della territoriale dei Carabinieri di Palermo (escludendo quindi, comprensibilmente, il Ros di Mori e De Caprio), si precipitò ad operare una perquisizione a tappeto di tutto il complesso di Via Bernini 52/54 ma, ovviamente, arrivò tardi: il covo era stato svuotato di ogni cosa di eventuale interesse investigativo dai sodali di Riina, che avevano potuto lavorare indisturbati.
Per questa storia, l'allora capitano De Caprio e il colonnello Mori, vennero iscritti nel registro degli indagati dall'Autorita Giudiziaria di Palermo per favoreggiamento aggravato. I pubblici ministeri dell'epoca, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, chiesero al Gip Vincenzina Massa l'archiviazione del procedimento per insufficienza di prove ma, quest'ultima, il 2 novembre 2004, impose l'imputazione coatta dei due ufficiali. I due pm, a quel punto, chiesero di essere esonerati dal rappresentare l'accusa contro Mori e De Caprio ma, non essendo stato possibile per il loro procuratore capo assecondarli, portarono il processo a conclusione, chiedendo, per entrambi gli imputati, l'assoluzione; fatti oggettivi che fanno risultare davvero poco credibili le accuse di “persecuzione giudiziaria” che il Capitano Ultimo ha sempre mosso nei confronti di Antonio Ingroia. "In aula, durante il dibattimento, non vedevo il pm Ingroia, ma Riina", disse Ultimo in una video-intervista trasmessa in occasione della consegna del premio “Atreju 2010”, durante la festa omonima dei giovani del partito del “Popolo delle Libertà”. [LiveSicilia.it, 10 settembre 2010]
Le condotte per le quali i due ufficiali vennero imputati di favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato Cosa nostra riassunte all'inizio della sentenza di assoluzione, furono:
- l'avere dato il 15.1.93 false assicurazioni ai magistrati della procura di Palermo che la casa di Salvatore Riina sarebbe rimasta sotto stretta osservazione, così ottenendo la dilazione della perquisizione che stava per essere effettuata lo stesso giorno;
- l'aver disposto, invece, la cessazione del servizio di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini n. 54 a far data da quello stesso pomeriggio;
- l'averne omessa la comunicazione all'autorità giudiziaria;
- l'aver, quindi, posto in essere un comportamento reiterato volto a rafforzare la convinzione che il servizio fosse ancora in corso, così inducendo intenzionalmente in errore i predetti magistrati ed i colleghi dei reparti territoriali dell'Arma dei carabinieri e, pertanto, agevolando gli uomini di “cosa nostra”, che svuotarono il covo di ogni cosa di eventuale interesse investigativo. [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]
De Caprio, all'epoca, giustificò la scelta di non perquisire il covo di Riina subito dopo il suo arresto con la volontà di non “bruciare” il covo e la neo-collaborazione del pentito Baldassarre Di Maggio. Quest'ultimo, infatti, fu il pentito che, per primo, mise in relazione Riina con i fratelli Sansone, che abitavano in Via Bernini, e che permise quindi, secondo Mori e De Caprio, l'individuazione del covo. Bruciare covo e pentito avrebbe reso dunque inutile continuare le investigazioni sui Sansone, che avevano, secondo Ultimo, un alto interesse investigativo, al contrario del “covo”, dentro il quale – disse – non si sarebbe trovato comunque nulla di importante.  
Eppure, in merito all'argomento "salvaguardia del covo e del pentito", i giudici che lo assolsero fecero notare alcuni particolari:
“Sempre quel 16.1.93 diversi giornalisti tra cui Alessandra Ziniti ed Attilio Bolzoni - come da loro deposto in dibattimento all'udienza dell'11.7.05 - ricevettero da parte dell'allora magg. Roberto Ripollino una telefonata con la quale quest'ultimo gli rivelò che il luogo in cui Salvatore Riina aveva trascorso la sua latitanza era situato in Via Bernini, senza però specificarne il numero civico. Si recarono, quindi, immediatamente sui posto, ove furono raggiunti anche da altri giornalisti e, troupes televisive, tutti alla ricerca del cd. "covo".
Quella sera stessa la Ziniti mandò in onda, sulla televisione locale per la quale lavorava, un servizio nel quale mostrava le riprese di via Bernini e tra queste anche quella relativa al complesso situato ai nn. 52/54, aggiungendo che in base ad "indiscrezioni" che le erano pervenute quella era la zona ove il Riina aveva abitato.
Lo stesso 16.1.93 apparve sulla stampa la notizia che "un siciliano di nome Baldassarre" stava collaborando con i carabinieri ed aveva dato dal Piemonte, ove si era trasferito, un input fondamentale alla individuazione del Riina (cfr. lancio Ansa [del 16.1.93, ndA] acquisito all'udienza del 9.1.06).” [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]
Per di più due giorni dopo l'arresto, sul quotidiano La Stampa, usciva un articolo a firma di Francesco La Licata dal titolo “Tutti i segreti della cattura”, nel quale i lettori poterono leggere il suggestivo sottotitolo “Il covo bruciato” e un riferimento esplicito alla collaborazione di Balduccio Di Maggio, citato con nome e cognome. Tutto questo meno di 48 ore dopo la sospensione della videosorveglianza del complesso. [“Tutti i segreti della cattura”, Francesco La Licata, Corriere della Sera, 17 gennaio 1993]
I giudici quindi concludono: “non v'è dubbio, sul piano logico, che tali elementi avrebbero dovuto indurre gli organi investigativi e gli inquirenti a ritenere il sito ornai "bruciato", essendo gli uomini di "cosa nostra" già in possesso di tutte le informazioni per stabilire il collegamento via Bernini-DiMaggio-Sansone, ed avrebbero dovuto imporre di procedere subito alla sua perquisizione, ma così non fu ed, al contrario, si ritenne cogente l'interesse a sviare l'attenzione dei mass media dal vero obiettivo.”
Mentre sullo scarso interesse investigativo del covo, additato da Ultimo come uno dei motivi per ritardare la perquisizione, i giudici si espressero così:
“La posizione apicale del Riina, ai vertici dell'organizzazione criminale, ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su “cosa nostra” e, tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l'interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero.
Al di là di queste argomentazioni di carattere logico, il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi “pizzini”, ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall'organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese ed alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto, che vale a rendere la condotta contestata agli imputati oggettivamente idonea ad integrare il reato.
Le argomentazioni difensive riferite sul punto, secondo le quali si riteneva che il latitante non conservasse cose di rilievo nella propria abitazione, perché “il mafioso” non terrebbe mai cose che possono mettere in pericolo la famiglia, appaiono fondate su una massima di esperienza elaborata dagli stessi imputati ma non verificata empiricamente ed anzi contraddetta dalla risultanza offerta proprio dal materiale rinvenuto indosso al boss.
Pertanto, già il 15.1.93, sussisteva la concreta e rilevante probabilità che esistesse altra documentazione in via Bernini; probabilità che è stata confermata in dibattimento dal Brusca e dal Giuffré, secondo cui Salvatore Riina era solito prendere appunti, teneva una contabilità dei proventi criminali, annotava le riunioni e teneva una fitta corrispondenza sia con il Provenzano che con altri esponenti mafiosi, per la “messa a posto” delle imprese e la gestione degli affari.” [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]
Alla luce di quanto letto, oltre ad evidenziare le grandi perplessità che non possono fare a meno di emergere in merito alle scelte dei due ufficiali, non possiamo non sottolineare anche il superficiale operato di una procura che, certamente, non seguì in modo impeccabile le fasi di un'indagine così importante e delicata, affidandosi totalmente al Ros di Mori e De Caprio nonostante i motivi addotti dai due carabinieri per ritardare la perquisizione si fossero sgretolati dopo appena due giorni, viste le notizie che gli organi di stampa avevano diffuso circa il ruolo svolto da Balduccio Di Maggio e la localizzazione del covo, ormai bruciato (16 e 17 gennaio 1993), e vista la segnalazione dei Carabinieri di Corleone che informarono del rientro in paese della moglie e dei figli di Riina (16 gennaio 1993). Tutte le riunioni che si susseguirono tra il 16 gennaio e la fine del mese, infatti, avvennero sempre e solo tra l'Autorità Giudiziaria e la territoriale dell'Arma, avendo dato per scontato che, del complesso di Via Bernini, se ne stesse occupando il Ros. I magistrati, inoltre,  vennero a sapere del ritorno a Corleone di Ninetta Bagarella, moglie di Riina che abitava con lui in via Bernini, ascoltarono – durante la riunione del 26 gennaio – alcuni ufficiali dell'Arma prospettare la avvenuta cessazione del servizio di sorveglianza, ed ebbero modo, il 27 gennaio, di visionare le riprese filmate dei giorni 14 e 15 gennaio 1993, constatandone l'interruzione il giorno dell'arresto di Riina. Eppure non fu avanzata al Ros alcuna richiesta di spiegazioni.
La sentenza della 3^ sezione del Tribunale di Palermo del 20 febbraio 2006, che mise in luce le pecche operative dei due ufficiali, assolse alla fine Sergio De Caprio e Mario Mori dall'accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia, perché “il fatto non costituisce reato”.
“Ad di là delle, in più punti, confuse (v. dichiarazioni sulla asserita non importanza dell'abitazione ove il latitante convive con la famiglia, perché non vi terrebbe mai cose che possano compromettere i familiari) argomentazioni addotte dagli imputati, che sono sembrate dettate dalla logica difensiva di giustificare sotto ogni profilo il loro operato, deve valutarsi se quei comportamenti omissivi valgano ad integrare un coefficiente di volontà diretta ad agevolare "cosa nostra".
(…)
“L'omissione della comunicazione all'Autorità Giudiziaria della decisione, adottata dal cap. De Caprio nel tardo pomeriggio del 15 gennaio stesso, di non riattivare il servizio il giorno seguente, e poi tutti i giorni che seguirono, è stata spiegata dal col. Mario Mori, nella nota del 18.2.93, con lo "spazio di autonomia decisionale consentito" nell'ambito del quale il De Caprio credeva di potersi muovere, a fronte delle successive "varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo" delle investigazioni che si intendeva avviare in merito ai Sansone, una volta che i luoghi si fossero "raffreddati".
Ciò però non era e non poteva essere, alla luce della disciplina ex art. 55 e 348 c.p.p. delle attività di polizia giudiziaria. Ed infatti, fino a quando il Pubblico Ministero non abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria può compiere, in piena discrezionalità, tutte le attività investigative ritenute necessarie che non siano precluse dalla legge ai suoi poteri; dopo essa ha il dovere di compiere gli atti specificatamente designati e tutte le attività che, anche nell'ambito delle direttive impartite, sono necessarie per accertare i reati ovvero sono richieste dagli elementi successivamente emersi. L'art. 348 co. 3 c.p.p., per costante giurisprudenza (Cass. 7.12.98 n. 6712; Cass. 4.5.94 n. 6252; Cass. 21.12.92 n. 4603), pone, una volta intervenuta l'Autorità Giudiziaria, un unico limite alle scelte discrezionali della polizia giudiziaria, quello della impossibilità di compiere atti in contrasto con le direttive emesse. (…) Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all'insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell'affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato.” [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]
Non è stato ritenuto, dunque, che le azioni poste in essere da De Caprio e Mori avessero l'obiettivo consapevole di favorire la mafia.
Infatti, conclude il Collegio giudicante, “non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, diversi dall’organizzazione criminale nella sua globalità, l’ipotesi accusatoria è rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilità logica non verificata.”
Nessuna “ragione di Stato” dimostrata, nessun intento di favorire la mafia dimostrato, quindi solo un grande errore di valutazione.

La sparatoria di Terme Vigliatore.Un altro episodio meno noto al quale Sergio De Caprio (e non solo lui) dovrà dare, a nostro parere, una risposta più plausibile di quelle fornite nel 1993 e nel 2008 è la vicenda avvenuta a Terme Vigliatore, una cittadina in provincia di Messina, in cui il famoso Capitano Ultimo, il 6 aprile del 1993, sparò ad un ragazzo incensurato di 26 anni, tale Fortunato Imbesi. E fortunato fu davvero, visto che uno dei colpi esplosi dall'arma di De Caprio mancò la sua tempia di pochi centimetri.
Leggiamo la versione di Sergio De Caprio, raccontata in data 15 ottobre 2008 davanti ai magistrati della DDA di Messina nell'ambito delle indagini sui mandanti occulti dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano:
“Quell'evento si svolse in maniera del tutto casuale e fu determinato dalla sproporzionata reazione del soggetto che poi scoprimmo essere del tutto privo di interesse investigativo. Ricordo che eravamo venuti a Messina per una normale riunione di coordinamento investigativo tra i vari reparti siciliani. Sulla via del ritorno, percorrendo la litoranea Messina-Palermo, in un tratto di strada ricadente nel comune di Terme Vigliatore, uno dei militari che era con me ritenne di individuare, in un soggetto a bordo di un fuoristrada nero, il latitante Aglieri. Fermammo il soggetto qualificandoci con i tesserini ma, ciononostante, questi – riuscendo a districarsi tra le nostre vetture che lo avevano in qualche modo circondato – riuscì a scappare. Una manovra tanto repentina e ingiustificata ci indusse a dare maggiore fondatezza alla nostra ipotesi poiché quel gesto appariva quello di un lucido criminale. L'inseguimento successivo, lungo i binari della ferrovia, confermò ulteriormente i nostri sospetti. Ritenemmo cioè che anche nell'ipotesi che non si trattasse di Aglieri doveva essere un soggetto che certamente aveva qualcosa da nascondere e che temeva fortemente di essere controllato. Solo alla fine, quando riuscimmo a vederlo bene in faccia, capimmo che non si trattava di Aglieri. Ricordo che il soggetto venne identificato. Posso dire che era di piccola statura ed esile e che si trattava di una persona giovane. All'epoca non mi risultava, né risultava al mio Ufficio, la presenza di Santapaola Benedetto nel territorio della provincia di Messina. Non sono mai stato incaricato di svolgere indagini in ordine alla cattura di Santapaola.”
Per questo episodio De Caprio venne iscritto nel registro degli indagati per tentato omicidio nei confronti di Fortunato Imbesi. Olindo Canali, il pubblico ministero, titolare delle indagini, allora in servizio alla procura di Barcellona Pozzo di Gotto, nonostante avesse verificato l'assoluta gravità del comportamento del militare (“Il fatto è che il cap. De Caprio, per colpa consistita in assoluta imperizia e negligenza, e quindi senza la minima valutazione delle circostanze di fatto, abbia deciso di vertere in una situazione legittimante l'uso delle armi. La colpa è indubbiamente grave se riferita ad un ufficiale dei CC impegnato in un reparto ed in operazioni in cui la capacità di rendersi perfettamente conto di quanto succede è segno di altissima professionalità e preparazione.”) e la totale illegittimità nell'uso dell'arma da fuoco, visto che il ragazzo stava scappando (“mancanza assoluta di elementi idonei a far ritenere all'ufficiale di pg di trovarsi in imminente pericolo tale da giustificare l'uso delle armi sia avuto riguardo alla putatività di tale esimente in quanto le dinamiche dell'intera azione erano tali da far ritenere che nessun pericolo poteva venire da una persona che inseguita da un'auto dei CC potesse nuocere alla incolumità degli stessi, a meno di voler ritenere che tale fuoristrada fosse dotata di sofisticati congegni per ora visti solo nelle avventure cinematografiche di qualche finto eroe dello schermo”), archiviò l'indagine perché il fatto (tentato omicidio colposo) non era e non è previsto dal Codice penale (“L'errore determinato da colpa renderebbe il fatto punibile ove il fatto stesso fosse previsto come colposo dal Codice penale. Trattandosi di tentativo, tuttavia, la fattispecie non appare punibile.”) [richiesta di archiviazione del pm Olindo Canali, 20 ottobre 1993.]
Ma per comprendere l'importanza dell'episodio è necessario ricostruire il quadro degli avvenimenti nei quali si inserì la sparatoria e, per fare ciò, dobbiamo riavvolgere il nastro di ventiquattro ore. Il 5 aprile 1993, il Ros di Messina, su delega di Olindo Canali che indagava sull'omicidio del giornalista Beppe Alfano , ascolta una conversazione intercettata con delle microspie ambientali posizionate all'interno di un locale di Terme Vigliatore, sito in Via Verdi. A parlare erano tre uomini, Domenico Orifici, Aurelio Salvo e tale “zio Filippo”. Lo “zio Filippo”, si chiarì in modo inequivocabile nell'arco dell'intercettazione di quel giorno, altri non era che il potentissimo boss latitante Benedetto “Nitto” Santapaola. Il maresciallo del Ros Giuseppe Scibilia avverte subito il suo comandante, il colonnello Mario Mori, in quel momento a Roma. Il giorno successivo Mori è di nuovo in Sicilia, più precisamente a Catania, ed è in quella giornata che avvengono, quasi contemporaneamente, due episodi singolari: uno è quello già raccontato della sparatoria a Fortunato Imbesi, l'altro è quello passato più sotto silenzio e cioè l'irruzione del Ros all'interno della villa di tale Mario Imbesi, che non era un omonimo del ventiseienne quasi ucciso da Ultimo ma il padre di questi, imprenditore abbastanza conosciuto nella provincia.
Ma perché parliamo di “episodi singolari”? D'altronde, dalle parole degli ufficiali del Ros, si sarebbe trattato, l'uno, di un “semplice” sbaglio di persona e, l'altro, di una perquisizione in una villa di un imprenditore. Ci espongono le “peculiarità” dei due casi i procuratori generali di Palermo Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio, nella memoria depositata nell'ambito della richiesta di riapertura dibattimentale del processo di appello contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per il reato di favoreggiamento a Cosa Nostra: “(...) è stata svolta dalla Procura Generale una intensa attività di indagine integrativa articolatasi nell'interrogatorio di Imbesi Fortunato, dei familiari del medesimo, dei carabinieri del Ros operanti quel giorno, nella nuova audizione del maresciallo Scibilia, a seguito della quale è stata accertato che sia alla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto che nel 1993 trattò la vicenda archiviandola, sia al Tribunale di Palermo che l'ha riesaminata in questo processo al fine di valutare la condotta dell'imputato Mori, è stata fornita una versione falsa degli avvenimenti, rappresentando false circostanze, omettendo di riferirne altre determinanti ed arrivando al punto di falsificare dei documenti.”
Secondo i due procuratori, infatti, “i militari del Ros che il 6 aprile operarono a Terme di Vigliatore non si trovavano in quel luogo causalmente mentre erano di ritorno da un incontro di lavoro a Messina, ma ricevettero lo specifico ordine di servizio di recarsi quel giorno, in quel luogo, perché si doveva eseguire una operazione di polizia effettuando una preventiva ricognizione del territorio”, tant'è che “alcuni dei militari operati furono fatti venire anche da Milano e da altre sedi”; di tale missione non solo fu tenuta all'oscuro la magistratura che aveva disposto le intercettazioni che avevano rivelato il luogo in cui il Santapaola conduceva la latitanza, ma persino il maresciallo Scibilia che aveva informato il giorno prima il colonnello Mori dal quale aveva avuto assicurazione che avrebbe provveduto”.
Inoltre, secondo le nuove prove raccolte dalla Procura generale, “il pomeriggio del 6 aprile i militari del Ros iniziarono l'operazione parcheggiando le autovetture dinanzi ad una villa posta a 50 metri di distanza dal locale nel quale il giorno precedente era stato intercettato il Santapaola ed invece di fare irruzione in quel locale, fecero una irruzione armata nella villa degli Imbesi; di tale irruzione armata, riferita da tutti i proprietari della villa e dai loro familiari, non fu fatta alcuna menzione negli atti ufficiali”.
Infatti, continua la memoria, “tutti i miliari del Ros risultanti dagli atti ufficiali e che quel giorno risultavano presenti hanno affermato di non avere partecipato a tale irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l'avevano eseguita.”
Altro particolare inquietante si aggiunge al quadro quando si va a ripescare, tra le carte dell'aprile 1993, il verbale di perquisizione della villa – effettuato ai sensi dell'art. 41 TULPS – che “non indica il nome dei miliari operanti, che non è sottoscritto dalle persone che subirono la perquisizione, e che reca in calce la firma del carabiniere Pinuccio Calvi [anch'egli membro della squadra del Ros comandata da De Caprio, ndA], il quale ha dichiarato che la propria firma è stata falsificata.”
A seguito di tale irruzione, concludono i due procuratori, Benedetto Santapaola non fece più ritorno nel luogo dove era stato intercettato. [Memoria del P.G. illustrativa delle richieste di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale del processo d'appello Mori-Obinu; Palermo, 26 settembre 2014]
Nello stesso momento dell'irruzione alla villa, a qualche chilometro di distanza, il giovane Imbesi, dopo essere uscito dalla villa del padre e alla guida della macchina di quest'ultimo, si imbatte nelle auto civetta (quindi non identificabili) dei Carabinieri del Ros di Sergio De Caprio, che gli intimano l'alt. Il ragazzo, figlio di un conosciuto imprenditore, spaventato da quegli uomini armati, non si ferma (i carabinieri diranno poi di essersi qualificati ma il ragazzo negherà con convinzione, dichiarando che non avrebbe avuto nessun motivo per non fermarsi, altrimenti). Parte l'inseguimento, durante il quale Sergio De Caprio spara più colpi contro la macchina del giovane, centrando, con uno dei proiettili, il parabrezza a pochi centimetri dallo specchietto retrovisore. Imbesi, a quel punto, cerca di uscire dalla macchina e finisce tra i rovi. Al sopraggiungere di alcune auto della Polizia di Stato i carabinieri del Ros si fermano e si fanno riconoscere. De Caprio, come abbiamo letto, spiegherà, tramite una semplice relazione di servizio (visto che, nonostante l'indagine per tentato omicidio e i processi “Mori-Obinu” e quello per l'omicidio Alfano, l'ufficiale venne interrogato in merito dalla procura soltanto quindici anni dopo, nell'ottobre 2008), di aver scambiato Imbesi per il latitante Pietro Aglieri. La Procura generale non è stata convinta della versione dell'ufficiale e per questo ha chiesto – ed ottenuto – l'acquisizione della documentazione fotografica riproducente sia le sembianze fisiche di Fortunato Imbesi dell'epoca, “al fine di dimostrare che non esisteva alcuna somiglianza fisica con Pietro Aglieri”, sia la situazione dei luoghi.
Ed anche sui motivi della presenza di Ultimo e dei suoi uomini nei pressi di Terme Vigliatore e sul loro non essere a conoscenza dell'intercettazione del giorno prima, nella quale si confermava la presenza di Santapaola nel locale di Domenico Orefici, i dubbi aumentano: la squadra di Ultimo aveva il compito di catturare i latitanti, il suo superiore era stato messo a conoscenza della presenza di Santapaola in un edificio di Terme Vigliatore e De Caprio si ritrova il giorno successivo, proprio a qualche decina di metri da quel'edificio, in maniera "casuale"?
E ancora, nello stesso momento in cui viene fatta irruzione nella villa di Mario Imbesi, a pochi chilometri di distanza viene inseguito il figlio Fortunato, entrambe le azioni ad opera del Ros. Una squadra non conosceva l'operato – simultaneo – dell'altra? Infine, secondo Ultimo, la sparatoria avvenne durante il rientro della sua squadra da Messina a Palermo. C'era una via molto comoda e veloce che univa Messina con il capoluogo di regione, cioè l'autostrada, e invece De Caprio scelse la litoranea. “A Capaci era saltata l'autostrada in aria, c'erano anche persone in giro, gentaglia come Brusca, Bagarella” spiegò Ultimo durante la sua escussione nel processo di appello Mori-Obinu, affermando che la litoranea era la strada che faceva quando era Tenente a Bagheria e andava a trovare in licenza i suoi genitori. “Una strada bellissima, la litoranea” disse. Ma la litoranea, come strada che collega direttamente Messina a Palermo, non esiste.
C'è l'autostrada, che all'epoca, da Messina si fermava nei pressi di Sant'Agata di Militello per riprendere una cinquantina di chilometri dopo, vicino a Cefalù; c'è la statale che, per via del traffico che si può trovare nei tratti in cui attraversa centri abitati, consente, cercando di transitare anche dal tratto della litoranea che costeggia Terme Vigliatore (parte del quale peraltro è sterrato), di raggiungere Palermo – da Messina – in “sole” 6 ore e 37 minuti, contro le tre ore e mezza circa che ci volevano utilizzando l'autostrada e il pezzo di statale tra Sant’Agata di Militello e Cefalù (calcolo di Google Maps).
I suoi sottoposti, oltretutto, sentiti i primi mesi del 2015 nell'ambito del processo d'appello Mori – Obinu, non confermano totalmente le dichiarazioni di Ultimo: secondo l'ex carabiniere Roberto Longu, per esempio, la squadra si presentò a Terme Vigliatore per "osservare il territorio" data la possibile presenza, in quella zona, di un traffico di armi; per Giuseppe Mangano, (l'uomo che credette di riconoscere Pietro Aglieri in Fortunato Imbesi) invece, stavano percorrendo l'autostrada ma, ad un certo punto, De Caprio volle "fare una sosta".
Sono state tutte coincidenze? Sergio De Caprio ci dice di sì, le nuove indagini dei P.g. Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio ci suggeriscono che, probabilmente, le cose sono andate in modo diverso.

Ultimo, la trattativa e i familiari delle vittime di mafia che pretendono la verità.De Caprio non ha mai fatto mistero delle sue opinioni in merito all'ipotesi di una trattativa tra Stato e mafia e a chi quell'ipotesi la sostiene.
Era il 19 luglio 2010 e diversi familiari di vittime di mafia, tra cui Salvatore Borsellino (fratello del giudice Paolo) e Sonia Alfano (figlia del giornalista Beppe), parlano di Via D'Amelio come di una “strage di Stato”. Il commento di Ultimo non si fa attendere:
“Chi parla di stragi di Stato", con riferimento a quelle di Capaci e di via D'Amelio, «è un vile criminale» e lavora «per delegittimare lo Stato e legittimare Cosa Nostra. Lo Stato ha combattuto la mafia. E ha vinto». E, non soddisfatto, aggiunge: «Mi sembra che il patto tra mafia e pezzi dello Stato sia quello che stanno facendo adesso questi strani personaggi, portando avanti le tesi di Riina. I ragazzi devono invece sapere che lo Stato ha combattuto la mafia e ha vinto». «I servitori dello Stato hanno pagato prezzi altissimi e meritano rispetto». Secondo l'ufficiale dell'Arma, «bisogna riflettere su criminalità e giustizia e capire se c'è una giustizia criminale che aiuta Riina e che invece combatte quelli che hanno combattuto Riina». Una «giustizia criminale», alla quale Ultimo fa riferimento anche a proposito della recente sentenza che ha condannato a 14 anni di reclusione per droga il generale Giampaolo Ganzer, comandante dei carabinieri del Ros [la pena venne ridotta a 4 anni e 11 mesi in appello, il 13 dicembre 2013, ndA]. «Come ha detto lo stesso generale comandante, le sentenze si rispettano: e infatti noi "soldati straccioni" la rispettiamo, come la sentenza che ha condannato a morte Gesù. Ma anche lì il problema è riflettere tra criminalità e giustizia, individuare la "giustizia criminale" e combatterla».” [Ansa, 19 luglio 2010]
E non lesina critiche e invettive nemmeno alla trasmissione “Servizio Pubblico” e al magistrato Alfonso Sabella, rei di aver parlato della trattativa Stato-mafia in prima serata:
“(...) Questa della trattativa, dunque, è solo una pagliacciata, un bel business giornalistico giudiziario che delegittima lo Stato e legittima cosa nostra e che fa ridere solo Salvatore Riina”. Parlando poi della trasmissione Anno Zero, l'ufficiale dei carabinieri aggiunge: “l'unico che mi sembra veramente manovrato da cosa nostra è il dottor Sabella, per quello che dice nel programma contro il Ros e contro il valoroso generale Mori. Ed è incredibile che svolga funzioni nella magistratura: evidentemente gode di appoggi molto importanti» [Ansa, 25 novembre 2010]
Che la trattativa sia solo una pagliacciata è una valutazione smentita da voci più che autorevoli
"Ricordo che mio marito mi disse testualmente che 'c'era un colloquio tra mafia e parti infedeli dello Stato'. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992". [Agnese Borsellino, verbale S.I.T, 27 gennaio 2010, Procura di Caltanissetta].
"Quello che conta, invece, è come apparve, all’esterno e oggettivamente, l’iniziativa del ROS, e come la intesero gli uomini di “cosa nostra”. Conseguentemente, quale influenza ebbe sulle determinazioni di costoro. Sotto questi aspetti vanno detto senz’altro alcune parole non equivoche: l’iniziativa del ROS (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una “trattativa”; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di “trattativa”, “dialogo”, ha espressamente parlato il cap. De Donno (il gen. Mori, più attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perché non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo; costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare di vertici di “cosa nostra” per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi). Qui la logica si impone con tanta evidenza che non ha bisogno di essere spiegata."
[Sentenza Corte D'Assise di Firenze, 6-6-1998, Processo "Stragi 1993"]
Buoni o cattivi.Molto spesso, anche grazie alla collaborazione di una certa stampa che tende a banalizzare e semplificare ogni questione, riducendo ogni evento, persona o comportamento ad una guerra tra buoni e cattivi, le persone tendono ad identificare i protagonisti di certi eventi di dominio pubblico come eroi o delinquenti. Ma la realtà è ben più complessa e, per comprenderla e, quando serve,  cambiarla, è necessaria una certa laicità di pensiero nella raccolta e nella lettura dei fatti.
Il colonnello Sergio De Caprio, dipinto da molti come un eroe, ha però diverse ombre che non ha mai davvero chiarito, trincerandosi dietro giustificazioni improbabili che rasentano, a tratti, un'offesa all'intelligenza.
La realtà, infatti, è ben diversa da una fiction di Mediaset.
Movimento delle Agende Rosse

mercoledì 21 settembre 2016

Revisione di processo penale

Codice deontologico forense

Doveri di un avvocato penalista assegnato d'ufficio

La difesa nel procedimento penale è un diritto inviolabile, garantito dal nostro ordinamento a livello costituzionale a qualunque persona indagata o imputata.
L’istituto della difesa d’ufficio viene in rilievo nei casi in cui, per i più svariati motivi, la persona indagata o imputata sia sprovvista di un avvocato di fiducia.
In sostanza il rapporto che per definizione dovrebbe essere fiduciario tra l’avvocato ed il cliente, per ragioni di garanzia, viene spostato sul piano prettamente legale; la fiducia quale elemento fondante del rapporto tra cliente ed avvocato è posta al di fuori di tale rapporto, dalla necessità di garantire la difesa tecnica nel procedimento penale.
In altre parole viene dalla legge rimesso alla volontà dell’avvocato, per il quale sussiste un obbligo di patrocinio, e/o dell’indagato-imputato, per il quale sussiste la facoltà di avvalersi della difesa d’ufficio in alternativa a quella fiduciaria, di instaurare un rapporto che si espliciti nell’esercizio di attività difensiva nel procedimento penale.
Può quindi accadere che nel corso del procedimento penale nessun rapporto si instauri tra avvocato e indagato-imputato, oppure che tale rapporto si instauri senza peraltro sfociare nella nomina di difensore di fiducia; in entrambi questi casi il procedimento penale viene gestito, dal punto di vista della difesa, dall’avvocato d’ufficio.
E’ interessante chiedersi se qualche differenza può ravvisarsi rispetto allo stesso procedimento nel quale invece la difesa viene svolta da un avvocato, magari prima designato d’ufficio, nominato di fiducia dall’indagato-imputato.
A parere di chi scrive, il piano teorico, cioè quello delle enunciazioni del legislatore, e quello pratico, cioè l’applicazione quotidiana da parte degli operatori nel procedimento penale, sono radicalmente scissi nell’ambito dell’istituto della difesa d’ufficio; molto viene rimesso alla correttezza ed alla rettitudine deontologica dell’avvocato.
Dal punto di vista dell’avvocato, che poi si riverbera inevitabilmente sulla posizione del patrocinato, teoricamente non dovrebbero riscontrarsi differenze tra l’esercizio della funzione difensiva nei confronti di una persona da cui è stato conferito un mandato fiduciario rispetto ad una persona difesa per dovere d’ufficio.
Di fatto le differenze sono svariate e profondamente incidenti sulle modalità di difesa e, quindi, sulle sorti del procedimento: basti pensare al caso, assai frequente nella pratica delle difese d’ufficio, in cui l’avvocato ed il patrocinato non si incontrino neppure per un momento nel corso del procedimento penale.
I motivi per cui ciò può accadere sono diversi: solo a titolo esemplificativo si possono ipotizzare i casi di irreperibilità dichiarata o di fatto della persona indagata o imputata, il caso del totale disinteresse da parte del patrocinato nei confronti del procedimento a suo carico o, ancora, il caso, almeno deontologicamente censurabile, del legale che non ritiene di dover attivare alcuna corrispondenza con il proprio assistito, che a sua volta non prende contatti con il proprio difensore d’ufficio.
In tutti questi casi si pone il problema per il legale di predisporre una difesa che possa risultare utile per la posizione del patrocinato; sorge spontanea una domanda: cosa deve ritenersi utile per la persona difesa se la sua posizione e volontà in ordine alle contestazioni che gli vengono mosse, sono ignote?
Ritengo che la risposta alla domanda non possa che essere rinvenuta nei principi che dovrebbero informare l’attività dell’avvocato penalista e nello specifico del difensore d’ufficio dell’indagato-imputato e che ne connaturano la funzione sociale.
Può risultare facile individuare gli elementi negativi che caratterizzano tale figura professionale: indubbiamente al difensore non compete un giudizio sulla persona e sulla condotta dell’indagato-imputato, nè l’avvocato, diversamente da altri soggetti del procedimento penale, deve ricercare la verità storica del fatto di reato o, almeno, tale fine non deve essere prevalente rispetto alla tutela della posizione del proprio assistito.
Più difficile risulta individuare gli elementi che in positivo connaturano la figura e la funzione del difensore d’ufficio dell’indagato-imputato ed in quali specifiche attività debba estrinsecarsi il dovere di difesa.   
Se il fine del procedimento penale è quello di garantire che la società civile sia salvaguardata da comportamenti contrari ai principi ritenuti meritevoli di garanzia, attraverso la punizione dei soggetti ritenuti colpevoli di tali comportamenti riprovevoli, la funzione dell’avvocato è quella del tutore dei diritti di tali soggetti.
Al fine di tutelare i diritti di tali soggetti, nel caso in cui essi non manifestino la loro volontà in merito al procedimento, non si può prescindere dalla puntuale osservanza della normativa sostanziale e procedurale, sarà pertanto compito del difensore d’ufficio garantire, attraverso la propria attività difensiva, l’applicazione nel procedimento penale di quegli istituti che il nostro ordinamento prevede a tutela della persona indagata o imputata e ciò sia nella fase dell’accertamento della responsabilità, sia nella fase delle comminazione della pena, sia infine nella fase esecutiva.
Limitando l’analisi ad alcune ipotesi esemplificative, in relazione alle diverse fasi del procedimento penale, si possono valutare alcuni comportamenti che l’avvocato d’ufficio dovrebbe adottare nel predisporre la difesa con particolare riguardo al caso di indagato – imputato non reperito.
Nella fase delle indagini preliminari, ferma restando la necessità che l’avvocato designato d’ufficio intrattenga corrispondenza informativa con la persona assistita mediante l’invio di lettere all’indirizzo risultante dagli atti, in assenza di qualsivoglia indicazione da parte dell’assistito pur reperibile, appare improbabile che l’avvocato eserciti attività difensiva al di là dell’esame formale degli atti notificati e della partecipazione agli atti istruttori per i quali è prevista obbligatoriamente la sua presenza quale l’interrogatorio dell’indagato nanti la polizia giudiziaria.
Al momento della chiusura delle indagini, ricezione dell’avviso ex art. 415-bis c.p.p., sarebbe buona norma che il difensore d’ufficio visionasse il fascicolo del Pubblico Ministero al fine di valutare le risultanze e predisporre idonea difesa.
Ovviamente in caso di mancato conferimento di specifico incarico, in questa fase, sarà preclusa al difensore d’ufficio la possibilità di far accedere l’indagato a riti alternativi che saranno eventualmente percorribili ove tale mandato venga successivamente conferito entro i termini previsti per l’udienza preliminare o, in difetto, entro quelli previsti per la prima udienza di trattazione dibattimentale.
In questa fase sarebbe teoricamente possibile formulare memorie al P.M. e richiedere l’interrogatorio dell’indagato; qualche avvocato d’ufficio scrupoloso, pur in assenza di indicazioni da parte dell’assistito, potrebbe unicamente valutare la prima delle due facoltà, specie nel caso, non infrequente, in cui le indagini fossero carenti o la qualificazione giuridica del fatto opinabile.
Una volta formulata l’imputazione, nel caso in cui il procedimento preveda lo svolgimento dell’udienza preliminare, occorre chiedersi anche per questo incombente, come debba comportarsi il difensore d’ufficio che non abbia avuto contatto con il proprio assistito.
In considerazione delle risultanze degli atti di indagine, potrebbe essere opportuno richiedere che il G.U.P. disponga un supplemento di indagine, magari per far rilevare circostanze a favore dell’imputato.
In ogni caso, a fronte di una richiesta di rinvio a giudizio formulata dal P.M., pur se adeguatamente motivata, non sembra giustificabile, nell’ottica della più utile difesa, la semplice rimessione al Giudice, ma appare opportuna la richiesta da parte del difensore d’ufficio di sentenza di proscioglimento per non luogo a procedere con la formula meglio vista, magari con argomentazioni di fatto e di diritto dirette a confutare le risultanze di indagine evidenziate dal P.M.
Una volta pervenuto a dibattimento il processo, vuoi per rinvio a giudizio a seguito di udienza preliminare, vuoi per citazione diretta, ferma restando la necessità di informarne il patrocinato specificando le facoltà che gli vengono concesse in questa fase, si può porre il problema per il difensore d’ufficio di persona non reperita, di predisporre la lista dei testimoni e periti entro il termine dei sette giorni antecedenti la prima udienza.
Presupposto per tale attività difensiva, in assenza di indicazioni da parte dell’indagato, è la corretta conoscenza degli atti da parte dell’avvocato d’ufficio, al quale la diligenza impone di visionare gli atti di indagine compresa la lista testimoniale depositata dal P.M. ed eventualmente dalle altre parti in vista del dibattimento.
Le richieste di prova del difensore d’ufficio, in assenza di lista propria e di produzioni documentali, dovranno necessariamente comprendere il controesame dei testi indicati dalle altre parti, mentre per l’esame dell’imputato, in assenza di sue indicazioni, appare preferibile una semplice riserva.
All’esito dell’istruttoria dibattimentale del processo svoltosi in contumacia dell’imputato, il difensore d’ufficio dovrà affrontare la discussione finale e concludere non diversamente da un processo nel quale abbia svolto la propria difesa fiduciaria, per cui appare comunque necessaria la richiesta in via principale di assoluzione con la formula meglio vista eventualmente ex art. 530 c. II c.p.p. e, solo in via subordinata, la richiesta di contenimento della pena nel minimo edittale e, in caso di più imputazioni, dell’applicazione della disciplina del reato continuato o del concorso formale ex art. 81 c.p.; la concessione di tutte le attenuanti del caso ivi comprese quelle generiche; la concessione della sospensione condizionale della pena detentiva e della non menzione ove l’imputato possa accedervi.
A parere di chi scrive, in assenza di indicazioni da parte dell’imputato, non appare giustificabile la richiesta da parte del difensore d’ufficio, della sostituzione con pena pecuniaria delle pene detentive brevi nè della sospensione condizionale della sola pena pecuniaria.
In relazione alla prima facoltà, non è a priori determinabile per una persona di cui non si conosce la volontà né le condizioni economiche, la minore afflittività della pena pecuniaria rispetto ad una detenzione breve magari in regime domiciliare o di affidamento; per il secondo caso, il difensore d’ufficio non può sostituirsi all’imputato nella scelta personalissima di pagare una pena pecuniaria piuttosto che “bruciarsi” una condizionale.
Tali medesime considerazioni valgono a condizionare le scelte difensive che coinvolgono l’avvocato d’ufficio nella fase esecutiva della pena: a titolo puramente esemplificativo, in assenza di indicazioni da parte del proprio assistito, deve ritenersi necessario che il difensore cui sia stato notificato un ordine di esecuzione di pena detentiva sospeso, si attivi per richiedere misure alternative alla detenzione nella presunzione della loro minore afflittività?
E per quanto attiene ai mezzi di impugnazione, deve ritenersi dovuto l’esperimento dei gravami da parte dell’avvocato d’ufficio del condannato contumace, magari ai soli fini della maturazione dell’imminente prescrizione?
Lascio alla sensibilità dei lettori ed alla deontologia degli operatori la risposta alle questioni aperte, limitandomi ad evidenziare a questi ultimi la necessità di resistere alla tentazione di “fare il minimo indispensabile” in considerazione del disincentivante trattamento retributivo riservato alle prestazioni rese dagli avvocati d’ufficio da parte dello Stato prima ancora che da parte degli assistiti.
Giovanni Parascosso, avvocato del Foro di Savona.

Fonte 

domenica 18 settembre 2016

Manipolazione mentale, plagio...

http://www.assotutor.it/manipolazione.htm

E' ormai noto che i manipolatori mentali si servono di tecniche psicologiche subdole e sofisticate, spesso abbinate alla somministrazione di sostanze chimiche (come allucinogeni, droghe, psicofarmaci "depersonalizzanti", eccetera), come dimostrano gli studi compiuti da Margareth Singer, G. De Gennaro, M. Gullotta, Jania Lalich e gli scritti di Randall Watters, G. Flick, Ted Patrick.
Ma è sbagliato pensare che il plagio avviene solo nelle sette organizzate. Può verificarsi anche in un piccolo gruppo deviato, nella coppia, o addirittura in famiglia. 
Secondo lo psicologo Steven Hassan, il controllo mentale può essere compreso analizzando le tre componenti descritte dallo psicologo Leon Festinger. Si tratta del controllo del comportamento, controllo dei pensieri e controllo delle emozioni. Ogni componente influenza profondamente le altre: modificandone una anche le altre tenderanno a cambiare. Se si riesce a cambiarle tutte e tre, l'individuo sarà spazzato via (tratto dal libro Releasing the Bonds). 

Controllo del comportamento 
Il controllo del comportamento è ciò che regola la realtà fisica di un individuo. Include il controllo del contesto in cui si trova, vale a dire dove abita, quali vestiti indossa, che cibo mangia, quanto dorme, come pure il suo lavoro, le abitudini e le altre attività.
In alcuni dei gruppi più restrittivi i membri devono chiedere il permesso per qualsiasi cosa. A volte l'individuo viene reso dipendente dal punto di vista finanziario cosicché la sua facoltà di scelta comportamentale si restringe. Un adepto deve chiedere i soldi per il biglietto dell'autobus o per comprarsi i vestiti, o il permesso per recarsi dal medico. Il seguace deve essere autorizzato a telefonare a un amico o a un parente fuori dal gruppo e deve rendere conto di ogni ora della sua giornata. In questo modo il gruppo può tenere saldamente le redini del suo comportamento e controllarne anche pensieri ed emozioni. Il comportamento individuale è spesso assoggettato alla richiesta di eseguire in gruppo ciascuna azione. In molte sette le persone mangiano assieme, lavorano assieme, partecipano a riunioni di gruppo e talvolta dormono nella stessa casa. L'individualismo è disincentivato. Ognuno vede assegnarsi degli "amici" fissi. La struttura del comando è autoritaria: il processo decisionale parte dal capo e, passando per i luogotenenti, arriva ai diretti inferiori fino ai ranghi più bassi. In un ambiente così strutturato, tutti i comportamenti possono essere premiati o puniti. 

Controllo del pensiero 
Il controllo del pensiero, la seconda importante componente del
controllo mentale, prevede l'indottrinamento dei membri in 
maniera così pervasiva da far loro interiorizzare la dottrina del gruppo. Per diventare un buon seguace una persona deve prima imparare a manipolare i propri processi mentali. Tutto ciò che è buono si incarna nel leader e nel suo gruppo. Tutto ciò che è cattivo è nel mondo esterno. I gruppi più totalitari dichiarano che la loro dottrina è stata scientificamente dimostrata. La dottrina sostiene di poter esaudire tutte le domande, di rispondere a tutti i problemi e a tutte le situazioni. Un altro aspetto chiave del controllo del pensiero prevede l'addestramento specifico dei soggetti a bloccare e respingere qualsivoglia informazione critica nei confronti del gruppo.
I basilari meccanismi di difesa di una persona vengono confusi a tal punto da farla arrivare a difendere l'identità acquisita nel culto a scapito dell'identità originaria, che soccomberà nello scontro. Se un'informazione trasmessa al membro di un culto viene percepita come attacco al capo, alla dottrina o al gruppo stesso, per tutta risposta viene immediatamente eretto un muro di ostilità. 

Controllo delle emozioni 
Il controllo delle emozioni, la terza componente del controllo mentale, mira a manipolare e limitare la sfera dei sentimenti. Sensi di colpa e paura sono gli strumenti impiegati per tenere le persone sotto controllo. Il senso di colpa è forse l'unica e più importante leva emozionale capace di indurre conformismo e 
accondiscendenza. La maggior parte degli affiliati non è affatto 
consapevole che i sensi di colpa e le paure vengono usati al fine di controllarli: sono stati condizionati a colpevolizzare sempre e soltanto se stessi, quindi rispondono con gratitudine ogni qual volta si fa loro notare una "mancanza". La paura mira a tenere unito il gruppo: un modo è la creazione di un nemico esterno che ti perseguita. Molti gruppi esercitano un controllo completo sulle relazioni interpersonali. I capi dicono ai membri chi devono frequentare e chi evitare. Alcuni leader di setta arrivano a indicare ai propri affiliati chi possono sposare e chi no. La confessione di peccati commessi nel passato o di comportamenti errati è anch'esso un potente mezzo per il controllo delle emozioni. Ma la tecnica più potente per il controllo emozionale è l'induzione di fobie. Si tratta, in sostanza, di indurre una reazione di paura alla sola idea di abbandonare il gruppo. È impossibile per un seguace ben indottrinato sentirsi al sicuro fuori dal gruppo. Se un gruppo riesce ad avere pieno controllo sulle emozioni di una persona, riuscirà a controllarne anche pensieri e azioni. 

Controllo dell'informazione 
Il controllo dell'informazione è l'ultima componente del controllo mentale. L'informazione è il carburante che usiamo per il buon funzionamento della nostra mente. Se a una persona viene negata l'informazione necessaria a formulare giudizi fondati, non sarà più in grado di formarsi opinioni proprie.
Le persone rimangono intrappolate nelle sette non solo perché 
viene loro negato l'accesso a informazioni di carattere critico, ma anche perché vengono a mancare quegli appropriati meccanismi interni che servono a elaborarle. Tale controllo dell'informazione ha un impatto drammatico e devastante. In molte sette le persone hanno un accesso limitato ai mezzi d'informazione (giornali, riviste, televisione o radio) che non siano di pertinenza del gruppo. Ciò si ottiene anche impegnando i membri al punto da non avere tempo da dedicare ad altro. Il controllo dell'informazione avviene a tutti i livelli relazionali. Non sono permesse conversazioni critiche nei confronti dei capi e dell'organizzazione. I seguaci devono spiarsi a vicenda e riportare immediatamente ai leader attività improprie e critiche. Ai nuovi adepti non è consentito comunicare tra loro, se non alla presenza di un membro anziano. E, cosa più importante, viene proibito loro di avere contatti con chi è critico nei confronti della setta. Comportamento e pensiero, emozioni e informazioni, ogni forma di controllo ha grande potere sulla mente umana. Insieme formano una rete totalizzante che può manipolare anche le persone più forti. Di fatto, sono proprio gli individui più forti a trasformarsi in membri più devoti e coinvolti. Nessun gruppo mette in atto tutte queste tecniche insieme, ma senz'altro sono le pratiche più diffuse nell'ambito di ciascuna componente del controllo mentale, poiché esistono anche altri metodi in uso in certe sette.