martedì 17 maggio 2016

Sette anni in carcere, era innocente.

Fonte Repubblica 

Massimo Calandri Marco Preve



Sette anni in carcere, era innocente maxi risarcimento a un imprenditore

GENOVA - Dopo sette anni e mezzo di galera e 18 "sballamenti", come i detenuti chiamano le raffiche di trasferimenti da un carcere all' altro che ti spezzano psicologicamente, Daniele Barillà, 40 anni, da ieri è un uomo ricco. I giudici di Genova gli hanno riconosciuto un maxi risarcimento, quasi 4 milioni di euro, per aver passato tutti quei giorni in cella con l' accusa, poi dimostratasi infondata,
di essere un trafficante di cocaina. «Eh sì, chissà quanti diranno "me li faccio io sette anni per tutti quei soldi", ma io so cosa vuol dire 20 ore al chiuso ogni benedetto giorno, chiedere l' autorizzazione pure per farsi la doccia, essere curati con il valium quando sei anoressico, perdere la fidanzata, venire a sapere da un secondino che tuo padre è morto, tornare in paese e vedere negli occhi della gente il sospetto». Li elenca tutti, Daniele Barillà, i motivi per cui preferirebbe vivere ancora «con i 140 milioni che dichiaravo nel 1992 quando vendevo scooter». La decisione della seconda sezione della Corte d' Appello di Genova, presieduta dal giudice Adriano Sansa, secondo l' avvocato Mauro Ferrando, difensore di Barillà, è stata particolarmente innovativa perché «ha valutato in maniera superiore il danno esistenziale, pari a un milione di euro, rispetto a quello biologico, definito in 800 mila euro». Se ora l' avvocatura dello Stato farà ricorso in Cassazione, non sarà per chiedere l' annullamento del risarcimento, ma piuttosto per chiedere che venga ridotta la cifra, che rischia di diventare un precedente "pericoloso" per le casse dello Stato. Basta dare un' occhiata alle statistiche dell' Eurispes per rendersene conto: le richieste di risarcimento per ingiusta detenzione nel 1999 sono salite sino a 738 per un totale di poco più di 14 miliardi di vecchie lire. E il fenomeno è in continua crescita. Barillà, però, dice che i suoi 4 milioni di euro li avrebbe volentieri sacrificati in cambio di una parola. «Avrei voluto che qualcuno, fossero i carabinieri, un giudice, un piemme, venisse a chiedermi scusa». Barillà cita, tra gli altri, il colonnello Michele Riccio, nel 1992 capitano dei carabinieri del Ros di Genova, che godeva, grazie ai suoi trascorsi nell' antiterrorismo, di ampia libertà e grande considerazione. Lo stesso ufficiale che lo fece arrestare e che, oggi, è sotto inchiesta per la gestione spregiudicata del suo reparto, dove sembra che la cocaina sequestrata servisse a pagare gli informatori. Del maxi risarcimento lo ha saputo dal Televideo: "Quanti soldi!", è stato il primo commento. Riccio, rientrato in servizio lo scorso anno in attesa che la sua vicenda giudiziaria si concluda, l' arresto di Daniele Barrillà se lo ricorda bene. «Ricordo di averlo vissuto come spettatore: la sua cattura rientrava in una più vasta operazione anti-droga (ribattezzata 'Pantera' ) condotta dai miei uomini, ma era una delle tante fatte in tutta Italia. Fu il capitano Ultimo a mettergli le manette insieme ai militari milanesi del nucleo radiomobile». Riccio prende le distanze dalla vicenda, di cui altri lo ritengono in qualche modo responsabile: «Ma no, io non ho mai firmato un solo atto riguardante Barillà, non sono mai stato chiamato dall' autorità giudiziaria a parlare dell' argomento. Ero solo uno spettatore - ripete - però qualche anno fa faceva comodo tirarmi in ballo: e così, tra le tante altre cose, hanno cercato di attribuirmi anche questa». «L' arresto di Barillà - conclude - fu opera di altri carabinieri, io e miei uomini non c' entrammo nulla. Ma se volete sapere il mio parere, questa per me è una vicenda con molti lati ancora da chiarire». Non c' è più niente da chiarire invece per la giustizia. Barillà, piccolo imprenditore di Nova Milanese, per colpa di un' auto che assomigliava a quella di un boss del narcotraffico fu arrestato e poi condannato, nel dicembre 1993, dal tribunale di Livorno a 18 anni di reclusione, mentre la corte d' appello di Firenze gli inflisse 15 anni. La Cassazione, nel 1996, confermò la sentenza di secondo grado. L' anno successivo scoppiò lo scandalo del Ros di Genova che portò all' arresto di Riccio e dei suoi marescialli. Barillà, riuscì ad ottenere la l' ammissibilità della nuova domanda di revisione (una prima era stata respinta) e la sospensione dell' esecuzione della pena dopo aver scontato 7 anni, 5 mesi e 10 giorni. Il 17 luglio del 2000 la Corte d' appello di Genova, revocando la sentenza di secondo grado del '94, lo assolse definitivamente per non aver commesso il fatto. «Che ci farò con i soldi? Me ne vado dall' Italia».

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