domenica 8 ottobre 2017

Violenza psicologica

Nelle relazioni il controllo ossessivo è una violenza psicologica.

I dati
italiani sono allarmanti.

I comportamenti di violenza psicologica si sono insinuati gradualmente nella coppia e sono diventati crescenti nel tempo.

1) Controllo degli affetti e delle conoscenze - controllo di email e social
Uno dei dati più significativi è che l'uomo che pone in essere violenza psicologica sulla donna cerchi di isolarla dal mondo che la circonda, creandole il vuoto
attorno.
Il segnale più evidente è lo screditamento che l'uomo esercita sui famigliari della donna e di chiunque lei conosca. Sono tutti scemi solo lui è intelligente. Questo comportamento tende ad estendersi fino a criticare pesantemente chiunque abbia contatti con la donna e arrivare ad esternazioni dirette specie quando la donna parla al telefono con altri ed altre.

2) Svalutazione della persona
Il partner che attua violenza psicologica cerca di minare l'autostima della donna e le ripete in maniera insistente che lei non vale nulla, che non sa portare a termine nulla e che senza di lui lei non troverà mai nessuno che potrà amarla.

3) Minacce ed insulti
Moltissime donne raccontano che il compagno assumeva tono inquisitorio continuamente, fino ad arrivare ad alterarsi focosamente quando veniva contraddetto arrivando in breve tempo a riempirla di minacce ed insulti. Le minacce giungevano quando si palesava l'ipotesi del distacco della donna dal compagno. Le minacce si estendevano non solo alla donna ma anche alla sua famiglia.

4) Limitazioni dell'autonomia 
Dalla vigilanza continua sugli spostamenti, al controllo ossessivo fino a limitare le possibilità della donna di rendersi indipendente. Ma non solo, si arriva a veri e propri divieti restrittivi della libertà di pensiero, come quello di navigare in rete. Il partner ha paura che la donna si informi, sviluppi un pensiero autonomo e lo abbandoni.

5) Il falso pentimento 
Prima di essere definitivamente lasciato l'uomo con le caratteristiche descritte sopra, inizia un comportamento vittimistico, si mostra pentito, mette in risalto la donna sino ad allora umiliata, mostrandosi quasi piangente, giurando di migliorarsi. Promettendo un cambiamento che non arriverà mai.

L’articolo 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 definisce la violenza in generale come: «Qualsiasi atto che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata».

Anche la violenza psicologica è reato.
Il codice penale stabilisce infatti pene anche gravi a chi esercita forme di violenza psicologica su una vittima. 


*La violenza psicologica passa per una serie di critiche “generali” mosse verso il partner, lo stadio successivo, che si verifica quando la vittima non ha preso alcuna contromisura nei confronti di queste critiche, è una forma di aggressività nel dialogo, durante i discorsi.
Anche questo è solo un sintomo, ma se trascurato è il presupposto di un rapporto che prende una piega morbosa più grave. Non sempre questo stadio sfocia in forme gravi, ma in genere le forme gravi passano da questo stadio.
A questo stadio la violenza psicologica prende la forma del predominio nel discorso, del mettere a tacere ogni risposta, del rendere la vittima incapace di sostenere le sue ragioni. Il carnefice sta logorando la sicurezza della vittima, sta facendo in modo da convincerla di essere “incapace” “stupida” “sbagliata” sta cercando di crearle dei sensi di colpa e di renderla inoffensiva sul piano della relazione.
Dalla critica generale poi si passa facilmente al vero e proprio disprezzo.
Offese, aggressioni verbali, accuse infondate e ossessive. 
Il carnefice è ormai sicuro di non subire reazioni dalla vittima (l’ha già resa inoffensiva nello stadio precedente) e adesso può disporre di lei a suo piacere. 
Può ingiuriarla, accusarla, ridicolizzarla senza che la vittima possa controbattere o reagire.
Il disprezzo è uno stadio già più visibile: le continue offese, le continue manifestazioni di disgusto e di odio sono sintomi di una situazione ormai grave.

Il grado di violenza psicologica è già alto, ma c’è un passaggio successivo. 
L’ultimo stadio di violenza psicologica, che prelude, in genere, al finale violento sul piano fisico, è l’aggressività psicologica che inizia a mostrare tratti di violenza fisica: urla, **gesti inconsulti **(inizialmente diretti verso cose e non ancora la vittima), offese pesantissime accompagnate da minacce e da gesti atti a dimostrare forza fisica
A questo punto il carnefice sta “saggiando” la vittima.
Essa è in balia e dunque il carnefice sente che potrà farle sempre più violenza senza subire alcuna reazione. Sa di poterla tiranneggiare, offendere, accusare senza che essa possa in alcun modo sfuggire alla sua rete.

L’ultimo stadio descritto in genere prelude ai primi attacchi fisici. Schiaffi, spinte. Che poi si trasformeranno in pugni e calci.

Come emerge dalla descrizione delle varie fasi della violenza psicologica nella coppia è chiaro che non siamo di fronte ad un evento ma ad un lento processo in progressivo deterioramento.
La violenza sulle donne in ambito domestico è un meccanismo che cresce nel tempo, spesso anni, un percorso di violenza psicologica che si alimenta sempre più fino a scoppiare in eventi traumatici e incontenibili di violenza fisica. Ciò che più conta sottolineare qui è questo: la colpa del carnefice è chiara, ma c’è una responsabilità della vittima? Purtroppo la risposta è sì: anche la vittima è, in parte, complice.
Abbiamo visto infatti che il carnefice attraversa varie fasi in cui mette alla prova la resistenza della vittima.
Più la vittima subisce senza reagire, più il carnefice si sente forte, potente, sa di poter osare sempre di più.
Dal punto di vista del carnefice, se la vittima non reagisce “acconsente” e perciò il carnefice si sente autorizzato a continuare la sua escalation di violenza.
Il meccanismo della violenza psicologica è una spirale. Se da un lato c’è una carnefice sempre più aggressivo, dall’altro c’è una vittima sempre più “docile”.

Infatti spesso le donne vittima di violenza si rendono conto troppo tardi di essere ormai diventate vittime e a quel punto credono che sia ormai tardi.
Hanno paura di subire un trattamento sempre più duro e, per evitare di peggiorare la situazione, credono sia saggio essere remissive, e cercano di “stare buone“.
Trangugiano offese e accuse, subiscono schiaffi e maltrattamenti, e rimangono convinte che la situazione migliorerà se loro sapranno essere “più docili”.

Il carnefice a questo punto è vittorioso: la vittima si impone da sola il ruolo, si addossa la colpa di ciò che accade. Questo è il lavaggio mentale che il carnefice è riuscito a operare nella psicologia della vittima. Per questo, se si dubita di avere le risorse per spezzare questo meccanismo, è importante chiedere aiuto. (fonte http://www.wildingdefense.com/riconoscere-la-violenza-psicologica-nella-coppia/ )



*preso dalla rete