giovedì 26 luglio 2018

Le avventure di Mori

Sentenza e non sentenza restano i fatti

Da il fatto quotidiano del 25/7/2018

«IL ROS DI CLOUSEAU» di Marco Travaglio

Scusate se torno sulla sentenza Trattativa, ma questa è troppo bella. Meglio dei film dell’ispettore Clouseau. Alle pagine 3506-3624 la Corte d’Assise di Palermo racconta una delle più strepitose imprese del Ros capitanato dal leggendario col. Mario Mori e impegnato – com’è noto– nella trattativa con Cosa Nostra. Nell’aprile ’93 il genio delle investigazioni, tre mesi dopo la non-perquisizione del covo di Riina e due anni e mezzo prima del non-arresto di Provenzano, mette a segno un altro colpo da maestro, in linea con la sua concezione omeopatica della lotta alla mafia: la non-cattura di Nitto Santapaola, boss di Catania appena convertito all’ala “trattativista”, ergo intoccabile come lo Zu Binu. Il 5 aprile un onesto maresciallo di Messina, Giuseppe Scibilia, scopre dove si nasconde Santapaola sotto le mentite spoglie di “Zu Filippo”: in un villino sul lungomare a Terme di Vigliatore, presso Barcellona Pozzo di Gotto. Riesce persino a intercettarne la voce. Tutto contento, avverte il vicecomandante del Ros, Mori. Risposta: ci penso io. L’indomani a Terme di Vigliatore irrompe il suo braccio destro Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, con i suoi uomini. I quali diranno, al processo per la mancata cattura di Provenzano, che mica ce li aveva mandati Mori. Passavano di lì per caso, di ritorno da un impegno di lavoro a Messina diretti a Palermo, anche se nessuno, per andare da Messina a Palermo, passa da Terme di Vigliatore.

Qui videro uscire in auto da un villino – casualmente a 50 metri da quello di Santapaola – un tizio identico al boss Pietro Aglieri (non gli somigliava per nulla, ma fa niente). Gli imposero l’alt, ma il sospetto non si fermò. Allora lo inseguirono per 3 km, poi partì un conflitto a fuoco e l’auto dell’inseguito finì fuori strada. Intanto un’altra squadra del Ros, anche quella casualmente in zona, vedi un po’ le combinazioni, irrompeva a mano armata in casa del fuggitivo. Poi purtroppo si scoprì che c’era stato uno scambio di persona: il fuggiasco non era Aglieri, ma il giovane imprenditore Fortunato Imbesi, che non s’era fermato all’alt perché i militari erano in borghese su auto senza contrassegni, e li aveva scambiati per una gang di sequestratori. Sfortuna vuole che tutto quel trambusto metta in allarme Santapaola, che se la dà a gambe. Ad arrestare lui e lo Zu Binu provvederà poi la Polizia: il Ros, non sia mai. I giudici del processo Provenzano si bevono tutto e assolvono Mori: il caso Santapaola non vale come precedente perché, sì, è poco credibile che il Ros fosse lì per caso, ma non c’è la prova che a mandarli sia stato quel sant’uomo di Mori.

E poi, via, se volevano far fuggire Santapaola, Ultimo & C. potevano inscenare, anziché una sparatoria, una falsa perquisizione “in luoghi prossimi quelli in cui erano collocate le microspie”. Che è proprio ciò che han fatto: mentre nessuno va a prendere Santapaola nel villino giusto, la squadra 2 del Ros parcheggia le auto davanti al villino sbagliato lì vicino: quello degli Imbesi. E, mentre la squadra 1 insegue il sosia di Aglieri più somigliante al mago Zurlì, fanno irruzione a mano armata nella casa mettendola a soqquadro e terrorizzando padre, moglie e cugino di Imbesi. Poi, nel verbale, s’inventano una sparatoria mai avvenuta, alla presenza di cinque militari che negheranno di essere mai stati lì e, in calce, appongono la firma di un altro carabiniere che quel giorno era a Messina. Intanto Santapaola, nel villino giusto, si gode la scena dalla finestra e se la fila. L’anteprima di quel che accadrà il 31.10.’95 con Provenzano.

Ora la Corte di Assise fa a pezzi le sentenze dell’altro processo: “Nessun dubbio che fu proprio Mori ad attivarsi per organizzare l’operazione a Terme Vigliatore con i suoi uomini più fidati”. Il loro arrivo in loco si “ricollega con assoluta certezza alla notizia della presenza di Santapaola”. E la versione del passavamo-di-lì-per-caso “offende l’intelligenza di chiunque”, come la panzana del sosia di Aglieri: “I militari non incontrarono casualmente Imbesi durante il tragitto, ma si appostarono presso la sua abitazione” a due passi dal covo di Santapaola “e lo seguirono con ben 4 autovetture prive di contrassegni d’istituto (tutte casualmente transitanti in quel remoto luogo?)”. L’ipotesi più probabile è quella della “malafede”, cioè della “azione ‘rumorosa’ che in quel piccolo luogo non sarebbe potuta passare inosservata”: “fortissimo il sospetto di un’azione volutamente diretta a far sì che Santapaola potesse allontanarsi indenne”. Ma è pure possibile – ancorché “meno probabile” – che i nostri eroi, “nella precipitazione, abbiano erroneamente individuato l’immobile”, cioè abbiano sbagliato covo. E poi, per “coprire il gravissimo insuccesso” ed evitare lo sputtanamento, abbiano mentito e fatto carte false coi superiori e orchestrato il “depistaggio” per i giudici. Fermo restando che, “se il Ros avesse agito in modo più accorto, Santapaola avrebbe potuto agevolmente essere arrestato”. Perché invece fu “precipitoso”, volendo credere alla “buona fede”? Per “precedere l’intervento di altre forze dell’ordine” che potevano aver saputo della presenza del latitante. Il risultato comunque fu che Santapaola scappò e “il vertice mafioso dell’epoca” si convinse vieppiù, tre mesi dopo la mancata perquisizione del covo di Riina, “dell’utilità di proseguire la strategia già intrapresa, che sembrava produrre i suoi attesi frutti”. La strategia “stragi & trattative” che di lì a poco avrebbe mietuto altre vittime innocenti a Roma, Firenze e Milano. Intanto, malgrado quel tris di boiate (covo di Riina, Santapaola, Provenzano), anzi proprio per quelle, Mori veniva promosso comandante del Ros (dall’Ulivo). E poi direttore del Sisde (da B.). A ogni disastro, una promozione. Come Clouseau.

(dal FQ del 25 luglio 2018)