domenica 29 luglio 2018

I due motivi per cui giornali e tg non parlano mai di innocenti in carcere - errorigiudiziari.it

Nota: ricordiamo anche che ci sono anche giornalisti che invece di mettere in evidenza accuse false verso innocenti che si vedono chiaramente su atti giudiziari persino dei primi istanti, fanno invece da eco alle procure amplificando le diffamazioni e le calunnie (sono calunnie le menzogne dette ad organi giudiziari al fine di danneggiare un individuo e la loro divulgazione specie se alterata comporta il medesimo o maggior reato. Che poi in Italia alcuni vengano ignorati è un altro paio di maniche) tramite media. Tale considerazione appare evidente quando pur considerando una giustificazione di buona fede iniziale, questi giornalisti, acquisita la notizia che scagiona l’innocente, non provvedono a rettificare gli articoli e laddove ci sono reati commessi da persone legate alla giustizia, fingono di non averle viste per non raccontare al pubblico la verità, omettendo intenzionalmente le vere notizie presenti negli atti giudiziari, il regolamento a cui sono obbligati i giornalisti deve garantire: una corretta e completa informazione soprattutto vera. 

Invece si assiste spesso ad una informazione parziale, alterata da falsi racconti, addirittura divergenti dagli atti giudiziari. 

Gravissimo comportamento, che personalmente considero socialmente pericoloso.

A farlo sono quelle persone prive di valori, che per fare carriera non si fanno scrupoli, ossessive verso la propria immagine che deve diventare ciò che non sono e mai saranno. 

Dei poverini frustrati ed arrabbiati, al pari di chi ha potere e ne abusa.

“I due motivi per cui giornali e Tg non parlano mai di innocenti in carcere”



Piero Sansonetti è il direttore del quotidiano Il Dubbio. Cronista di razza e di esperienza, garantista della prima ora, è oggi uno dei pochissimi giornalisti davvero consapevoli di quanto il tema degli innocenti in carcere rappresenti un’emergenza reale per la giustizia italiana. Oltre 26 mila vittime di ingiusta detenzione ed errori giudiziari dal 1992 a oggi, più di 760 milioni di euro spesi dallo Stato in indennizzi e risarcimenti sono numeri che meriterebbero molta più considerazione da parte dell’informazione nazionale, giudiziaria e anche generalista. E invece il grande tema degli arrestati senza colpa rimane ai margini, se non addirittura fuori dal dibattito sulla giustizia. Trecentosessantacinque giorni l’anno. Senza contare le campagne elettorali, che continuano a ignorare l’argomento dai tempi ormai remoti delle battaglie radicali di Marco Pannella, della giustizia giusta e dei diritti civili.
In questa video intervista, Piero Sansonetti ci spiega le due principali ragioni per cui questo accade. Ascoltate il suo ragionamento, aiuta molto a capire lo stato in cui l’informazione italiana versa ormai
da diverso tempo.

http://www.errorigiudiziari.com/sansonetti-errori-giudiziari/
Fonte: errorigiudiziari.it

giovedì 26 luglio 2018

Le avventure di Mori

Sentenza e non sentenza restano i fatti

Da il fatto quotidiano del 25/7/2018

«IL ROS DI CLOUSEAU» di Marco Travaglio

Scusate se torno sulla sentenza Trattativa, ma questa è troppo bella. Meglio dei film dell’ispettore Clouseau. Alle pagine 3506-3624 la Corte d’Assise di Palermo racconta una delle più strepitose imprese del Ros capitanato dal leggendario col. Mario Mori e impegnato – com’è noto– nella trattativa con Cosa Nostra. Nell’aprile ’93 il genio delle investigazioni, tre mesi dopo la non-perquisizione del covo di Riina e due anni e mezzo prima del non-arresto di Provenzano, mette a segno un altro colpo da maestro, in linea con la sua concezione omeopatica della lotta alla mafia: la non-cattura di Nitto Santapaola, boss di Catania appena convertito all’ala “trattativista”, ergo intoccabile come lo Zu Binu. Il 5 aprile un onesto maresciallo di Messina, Giuseppe Scibilia, scopre dove si nasconde Santapaola sotto le mentite spoglie di “Zu Filippo”: in un villino sul lungomare a Terme di Vigliatore, presso Barcellona Pozzo di Gotto. Riesce persino a intercettarne la voce. Tutto contento, avverte il vicecomandante del Ros, Mori. Risposta: ci penso io. L’indomani a Terme di Vigliatore irrompe il suo braccio destro Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, con i suoi uomini. I quali diranno, al processo per la mancata cattura di Provenzano, che mica ce li aveva mandati Mori. Passavano di lì per caso, di ritorno da un impegno di lavoro a Messina diretti a Palermo, anche se nessuno, per andare da Messina a Palermo, passa da Terme di Vigliatore.

Qui videro uscire in auto da un villino – casualmente a 50 metri da quello di Santapaola – un tizio identico al boss Pietro Aglieri (non gli somigliava per nulla, ma fa niente). Gli imposero l’alt, ma il sospetto non si fermò. Allora lo inseguirono per 3 km, poi partì un conflitto a fuoco e l’auto dell’inseguito finì fuori strada. Intanto un’altra squadra del Ros, anche quella casualmente in zona, vedi un po’ le combinazioni, irrompeva a mano armata in casa del fuggitivo. Poi purtroppo si scoprì che c’era stato uno scambio di persona: il fuggiasco non era Aglieri, ma il giovane imprenditore Fortunato Imbesi, che non s’era fermato all’alt perché i militari erano in borghese su auto senza contrassegni, e li aveva scambiati per una gang di sequestratori. Sfortuna vuole che tutto quel trambusto metta in allarme Santapaola, che se la dà a gambe. Ad arrestare lui e lo Zu Binu provvederà poi la Polizia: il Ros, non sia mai. I giudici del processo Provenzano si bevono tutto e assolvono Mori: il caso Santapaola non vale come precedente perché, sì, è poco credibile che il Ros fosse lì per caso, ma non c’è la prova che a mandarli sia stato quel sant’uomo di Mori.

E poi, via, se volevano far fuggire Santapaola, Ultimo & C. potevano inscenare, anziché una sparatoria, una falsa perquisizione “in luoghi prossimi quelli in cui erano collocate le microspie”. Che è proprio ciò che han fatto: mentre nessuno va a prendere Santapaola nel villino giusto, la squadra 2 del Ros parcheggia le auto davanti al villino sbagliato lì vicino: quello degli Imbesi. E, mentre la squadra 1 insegue il sosia di Aglieri più somigliante al mago Zurlì, fanno irruzione a mano armata nella casa mettendola a soqquadro e terrorizzando padre, moglie e cugino di Imbesi. Poi, nel verbale, s’inventano una sparatoria mai avvenuta, alla presenza di cinque militari che negheranno di essere mai stati lì e, in calce, appongono la firma di un altro carabiniere che quel giorno era a Messina. Intanto Santapaola, nel villino giusto, si gode la scena dalla finestra e se la fila. L’anteprima di quel che accadrà il 31.10.’95 con Provenzano.

Ora la Corte di Assise fa a pezzi le sentenze dell’altro processo: “Nessun dubbio che fu proprio Mori ad attivarsi per organizzare l’operazione a Terme Vigliatore con i suoi uomini più fidati”. Il loro arrivo in loco si “ricollega con assoluta certezza alla notizia della presenza di Santapaola”. E la versione del passavamo-di-lì-per-caso “offende l’intelligenza di chiunque”, come la panzana del sosia di Aglieri: “I militari non incontrarono casualmente Imbesi durante il tragitto, ma si appostarono presso la sua abitazione” a due passi dal covo di Santapaola “e lo seguirono con ben 4 autovetture prive di contrassegni d’istituto (tutte casualmente transitanti in quel remoto luogo?)”. L’ipotesi più probabile è quella della “malafede”, cioè della “azione ‘rumorosa’ che in quel piccolo luogo non sarebbe potuta passare inosservata”: “fortissimo il sospetto di un’azione volutamente diretta a far sì che Santapaola potesse allontanarsi indenne”. Ma è pure possibile – ancorché “meno probabile” – che i nostri eroi, “nella precipitazione, abbiano erroneamente individuato l’immobile”, cioè abbiano sbagliato covo. E poi, per “coprire il gravissimo insuccesso” ed evitare lo sputtanamento, abbiano mentito e fatto carte false coi superiori e orchestrato il “depistaggio” per i giudici. Fermo restando che, “se il Ros avesse agito in modo più accorto, Santapaola avrebbe potuto agevolmente essere arrestato”. Perché invece fu “precipitoso”, volendo credere alla “buona fede”? Per “precedere l’intervento di altre forze dell’ordine” che potevano aver saputo della presenza del latitante. Il risultato comunque fu che Santapaola scappò e “il vertice mafioso dell’epoca” si convinse vieppiù, tre mesi dopo la mancata perquisizione del covo di Riina, “dell’utilità di proseguire la strategia già intrapresa, che sembrava produrre i suoi attesi frutti”. La strategia “stragi & trattative” che di lì a poco avrebbe mietuto altre vittime innocenti a Roma, Firenze e Milano. Intanto, malgrado quel tris di boiate (covo di Riina, Santapaola, Provenzano), anzi proprio per quelle, Mori veniva promosso comandante del Ros (dall’Ulivo). E poi direttore del Sisde (da B.). A ogni disastro, una promozione. Come Clouseau.

(dal FQ del 25 luglio 2018)

giovedì 12 luglio 2018

Aggiornamento su una denuncia querela da me presentata alcuni anni fa...

Il 25 febbraio 2014 su fb scrivevo questo post:

Secondo voi c'è minaccia in questo scritto?
“Spegni quello che vuoi … maggiore o colonnello fate i bravi ! Soprattutto digli al tuo maggiore di stare molto in campana con il sottoscritto che pur essendo capitano e di grado inferiore è molto audace… state molto in campana su tutto…Adesso levati i tacchi e divertiti. . avvisata”

Questo era solo uno dei messaggi che avevo ricevuto e tali messaggi arrivavano nel pieno della notte. Ad accompagnare questi fatti vi erano anche svariate chiamate anonime.

Vennero redatte due diverse querele perché inizialmente non ero sicura che le chiamate anonime fossero collegate ai messaggi con numero in chiaro e quindi da autore identificato.
Il messaggio che scriverò su fb fu inserito per capire come da altri poteva essere interpretato, credo di averlo inserito mentre c’era già in corso la fase crescente e che percepivo come pericolo alla mia incolumità o/e verso incolumità di terzi.

Anche oggi si presuppone essere state collegate ma non vi è certezza piena in quanto, la querela verso le chiamate anonime moleste notturne, capito’ al pm Vincenzo Barba il quale (visto il fascicolo) non ha compiuto alcuna attività di indagine, ossia, non ha acquisito semplicemente i relativi tabulati dal gestore.

Asseriva, per quanto ricordo, che quelle molteplici chiamate moleste notturne non destassero molestia in chi le subiva cioè io.

Questa mancata attività di indagine è stata ben descritta dal Gip quando ha dovuto archiviare il procedimento.
Specifica, infatti, il gip che non avendo il pm acquisito a suo tempo i tabulati, era impossibile procedere con indagini ulteriori dato che i gestori dopo due anni non hanno più i tabulati da poter consegnare.
E quindi, dato che si trattava di telefonate anonime non vi erano ulteriori metodi per poter scoprire chi era il responsabile.

In via temporale vi è stato un crescendo di situazioni che hanno portato ad inoltrare la seconda querela, e difficoltà nel depositarla nel primo luogo, (mi recai infatti altrove) quella che ha avuto come esito il rinvio a giudizio del tizio.

Questa seconda querela è andata ad un altro pm il quale ha esercitato l’attivita di indagine che ha confermato il mio impianto accusatorio. Si partiva dal capo di imputazione di appropriazione indebita.

La mia seconda querela trattava anche una parte molto importante inerente in fatto che il tizio si facesse passare da buona parte del vicinato per carabiniere (graduato) come potete appunto leggere da quel messaggio.

Un esempio inerente il vicinato:
una mia vicina di casa, incontrandolo (ero presente), gli chiede che lavoro facesse e lui rispondeva “Carabinieri” e lei gli disse “ah vero tua xxxxx me lo disse”....

Può essere che anni prima fosse stato nei carabinieri?

Comunque poi sono accadute molte cose.

Poco prima del rinvio a giudizio nato dalla mia querela, veniva arrestato assieme ad altre persone, per una vicenda di tentato omicidio.

A scoprirli furono delle intercettazioni.

Non ha partecipato a nessuno dei due processi perché nel frattempo è deceduto.

Altra querela che presentai nel settembre 2013 portava attenzione su alcuni nomi che erano, mi verrà detto, da tempo attenzionati.
Infatti, prima che accade l’eposidio che fa scaturire la querela verrò “scortata” (in modo atipico) per alcuni mesi.
Questo però lo capirò solo dopo e ringrazio tutti coloro che mi sono stati accanto in quei mesi.

Probabilmente era già quella un’attivita di indagine che ha accompagnato anche quel che mi sono trovata ad affrontare.

Un numeroso gruppo di persone furono successivamente arrestate per fatti molto gravi, nei capi di accusa ci sono anche omicidi. In questo gruppo, tra gli arrestati, c’è uno dei da me querelati (per fatti decisamente più lievi) ed in un altro gruppo su altra perazione vi è quello che fisicamente mi aveva aggredita (intervenuti 2 agenti che me lo staccarono di dosso) , minacciata (dal telefono prima di venire ad aggredirmi), ecc.

In entrambi i casi dunque le mie querele erano puntuali e precise e davano un’indicatore non indifferente di pericolosità di tali soggetti tanto che poi è stato assodato attraverso le altre vicende investigative.







mercoledì 11 luglio 2018

Quando il tuo accusatore.... per alcuni fatti diventa il tuo “teste”

Ieri ho scritto in grandi linee il mio parere su un personaggio, un parere nato dalla mia osservazione negli anni in merito a più fatti. Ma nata soprattutto da questioni vissute direttamente.
Un parere che trova ampio riscontro con il parere di molti altri.
Ad un certo punto interviene una persona che del personaggio è fan.

Prova a mettere in mostra un linguaggio tecnico giuridico, che nulla ha a che fare con quanto era oggetto del discorso.
Ad un certo punto mi obietta su quanto da me scritto asserendo che io abbia una conoscenza con il soggetto di cui davo il mio parere solo mediatica.

A questo punto le replico raccontando in sintesi una delle mie esperienze con il soggetto. E la stessa ci tiene a scrivere di non crederci e che sicuramente non ci sono testimoni.
Non è che quando andiamo in giro uno si premunisce di testimoni. Ma vaglielo a spiegare. Sicura che io non abbia testimoni aziona la frase “io non credo a una parola di quanto hai raccontato” che serve fondamentalmente per screditare la persona a cui è indirizzata.
Eppure i “testimoni” sono molti, erano molti in quella determinata circostanza. Poco più di 20 di cui almeno 7 so chi sono. Gli altri li conoscono loro stessi. Persone che non possono non ricordare. Semplicemente perché fu una circostanza così atipica che non avrebbe senso nella quotidianità.
Ad esempio io sono abituata a parlare e dar credito solo a persone che hanno un onore e rispettano la parola data. Il resto per me è fuffa.

Ma dopo che questa tizia tenta il “non ti credo” mi ricordo che un sunto esce fuori durante l’interrogatorio del mio accusatore al quale viene posta questa precisa domanda - se io conosco quella persona - il pm insisterà molto su questo punto. Il mio accusatore affermerà che io lo conosca peccato che lui non era tra i presenti in quei mesi quindi come lo sa?

Ma la cosa più singolare è che non solo non c’era ma racconta tutta un altra storia sia sul mio ingresso in quel posto che su un ipotetico allontanamento.
Il mio ingresso nasce da una semplice mail inviata ad agosto 2012 e venni chiamata da un tizio un mese e mezzo dopo. Fra le tante mail che avevo inviato, dopo un mese e mezzo nemmeno ricordavo cosa avessi chiesto per cui mi feci riassumere dal tizio che mi telefonava e mi chiedeva di unirmi a loro. Così fu.

Storia documentalmente provata è differente da come la racconta il mio accusatore che risulterà entrare nello stesso luogo appena lui mi farà “cacciare”. Con motivi a tutt’oggi ignoti.

La tizia che ha tentato di screditarmi ieri ha il teste che conferma sotto interrogatorio la mia conoscenza diretta e scredita di fatto ogni tentativo di farmi passare per bugiarda, forti del fatto che nessuno dei presenti avesse confermato. Specialmente i più diretti che senza dubbio da sempre (dopo l’intervento del terzo), hanno assunto un atteggiamento assolutamente ostile verso di me.

Tra i presenti, infatti, ricordiamo che molti erano coloro che fecero parte del giochino messo in atto dall’accusatore e che per anni ha attivato contro me una campagna diffamatoria piena zeppa di falsità supportate dal nulla e soprattutto da un dialogo negli anni fatto a terzi da una sola campana.
Vengo a risaperlo attraverso altri attacchi che da base prendono proprio ciò che li avrebbero appreso. Uno degli esempi è un ex attore di cui nel merito ho tutti gli screen.

La signora ha trovato involontariamente  il suo “teste” pensando che non c’è ne fossero e la versione del “teste” che poi è il mio accusatore, conferma le mie parole e tali parole non possono essere modificate.
Stanno dentro interrogatorio effettuato dalla procura e già registrato e trascritto.

È pacifico che il mio accusatore non essendo mai stato presente sul posto durante la mia permanenza, ha avuto informazioni da altri. Come mai era interessato a conoscere tutto ciò che riguardava me e che nulla aveva a che fare con lui?

A tal proposito infatti c’è un altro passaggio dell’interrogatorio in cui lui convinto asserisce che in una determinata data ero stata a trovare i miei in Abruzzo per una settimana. I miei non hanno mai vissuto in Abruzzo se non prima del 1970.
Quindi io sarei stata a trovare i miei in Abruzzo per 7 giorni quando i miei erano a Roma?
Io andai 48 ore in Abruzzo per il 25 anniversario di un sacerdozio, (non era mio parente), invitata e dopo 48 ore tornai a Roma.
Il paese era di in Abruzzo ma nessuno dei paesi di cui sono originaria.

Anche qui come mai il mio accusatore doveva informarsi (pure male) dei miei spostamenti?
Mi pare Pacifico non riguardassero lui.

Altro cenno avviene quando dichiara al pm del mio viaggio a Parigi. Avvenuto quando da tempo con lui non avevo più nessun tipo di rapporto.
Di questi viaggio apprende evidentemente dal mio blog o fb, gli unici posti dove potevo averlo reso noto. Nessun altro ne era a conoscenza per mia bocca. Anche perché lo scrivo solo appena rientro.

Ora mi chiedo: saranno fatti miei dove vado? No per dire.

martedì 10 luglio 2018

‘ultimo’ non prese Riina da solo

(...) In realtà nell’Arma è ben noto anche un altro investigatore: il colonnello Angelo Jannone. Fu lui che, da capitano a Corleone tra l’ 89 ed il 91, con un manipolo di carabinieri di provincia e senza grandi risorse, puntò dritto al cuore dei fedelissimi di Riina. Giuseppe Mandalari da una parte, il commmercialista dei Corleonesi, con i suoi intrecci massonici; dall’altro proprio la famiglia Ganci, sino ad allora pressoché sconosciuta; infine le microspie a Corleone presso le sorelle di Bagarella, cognate di Riina, e presso l’Agricor di Leoluca Bonanno, dove si decideva sui grandi appalti, e gli accoliti del boss a Corleone, insospettabili ed imprenditori.
(...) segue... http://magazinesicurezza.info/ultimo-non-prese-riina-da-solo-ecco-perche/14811

sabato 7 luglio 2018

L’articolo scritto da Angeli Federica su Repubblica storia non corrispondente ne alla realtà ne alle carte processuali - La storia nelle tre versioni parte tre

Prima di leggere questo post si consiglia di prendere visione dei precedenti post, parte 1 e parte 2.

Fra le molteplici incoerenze, sottolineo dei punti che ritengo particolarmente  importanti:

1) avrete notato che il residuo pena da scontare non erano 8 mesi ma 2 mesi di detenzione domiciliare.
E la falsa accusa della Laura Nizzi arriva a 12 giorni dal fine pena.

2) non di minore importanza: avrete notato che Giuseppe è ai domiciliari per incompatibilità accertata con il regime carcerario.
Con questa falsa accusa non sconterà i 2 mesi ai domiciliari che gli erano rimasti (pena tra l'altro già completamente espiata 5 anni prima) ma diventeranno 20 mesi in carcere.
È stato riconosciuto l’ERRORE GIUDIZIARIO nel 2017.

A questo punto devo fare un passo indietro altrimenti non si comprende il perché della mia diffidenza su questo procedimento e su come è stato gestito, sia dalla giurisprudenza che dalla stampa la Repubblica è l’unica che non rimuove l’artucolo e che non farà mai la rettifica.

Un mese prima del fatidico giorno del 17/8 c’era stato un altro tentativo di portare in carcere Giuseppe per evasione.

Qui il processo per direttissima è perfettamente ricordato e il giudice da ragione a Giuseppe in quanto non vi era stata alcuna evasione.

La vicenda in esame è del 2003.

Sono tornata indietro di alcuni anni ed ho scoperto che sin dal momento in cui Giuseppe si trasferisce a vivere in questa località (2001) che hanno inizio un mare di accuse, anche per mancate firme.

Firme che non dovevano essere apposte nei giorni in cui si trovava ai servizi sociali.
Eppure anche qui, si scopre nel 2016, esserci state tutte condanne.

Non risulta la presenza di Giuseppe nelle rispettive udienze, ne alcuna notifica allo stesso, ne alcun contatto dal legale che le avrebbe seguite (un legale deve esserci per legge, chi era? Questo è un accertamento ancora da fare) tanto che ad oggi 2018 non sappiamo chi era il legale o i legali (sono almeno tre i procedimenti da rivedere).

Tirare fuori tutti i fascicoli, vedere quale legale li abbia gestiti e come è stato difeso se con la parte non ha mai avuto contatti, quindi nessun legale poteva presentare documenti di difesa non conoscendo i fatti e dove richiedere tali documentivda esibire.

Vedere se il legale ha operato con gratuito patrocinio a spese dello stato,  cosa impossibile se non hai informato la parte che esistono dei procedimenti.

Vedere se risulta assegnato come avvocato d'ufficio.
Perché di fiducia non può essere.
Se lo fosse stato Giuseppe non evrebbe scoperto queste condanne nel 2016 dato che sono condanne che saranno emesse verso gli anni 2007/2009 ecc, vado a memoria.


Quindi a luglio 2003 ci fu un tentativo di togliere a Giuseppe i domiciliari avuti in quanto incompatibile con il regime carcerario.

Nel 2002 c’è un altro arresto 2 giorni ai danni di Giuseppe.

Qui interviene l’avvocato di fiducia chiamato dalla parte.
Giuseppe viene subito liberato ed anche questi due giorni si trovano nella lista del risarcimento per ingiusta detenzione ed ERRORE GIUDIZIARIO.

Poi è il turno della falsa accusa della Laura amica della sua ex anch’essa accusata dall’eroinomane.

Mi chiedo se tutta questa “giostra” era per liberare una casa assegnata appunto nel 2001? Mia ironia.
Ne riparleremo perché anche questo fatto avvenuto nel 2016 è singolarmente collegato al passato.

Tornando all’articolo della Angeli Federica che spiegato quanto sopra fa capire quanto quell’articolo sia lontano anni luce da inchieste giudiziarie giornalistiche, ma si riduce a un romanzo rosa.

Sorvolando sulla descrizione errata del vestitino di cotone strappato a brandelli, quando la tipa di strappato non aveva nulla. Forse di strappato aveva la testa ma le cause sono sue personali, da eroina, da abuso di alcol ecc.

Sorvolando sul fatto che la persona non conoscesse Antonia e Giuseppe che invece conosceva;
Sorvolando sul fatto che come racconta la Angeli fu “rapita” quando invece sali in macchina di sua iniziativa con Antonia (nella realtà solo con Antonia perché realmente Giuseppe non c’era mentre per le carte giudiziarie con entrambi, dato che il processo avviene dopo accusa di evasione che non si è potuta contrastare non ricordando proprio la presenza all’udienza dell interessato, quindi non puoi negarla in sede dell’altro processo perderesti in partenza. Per capirci la presenza di Giuseppe è stata confermata dallo stesso solo perché in quel processo con gravi accuse, era quella minore e si è dovuta lasciare stare come era stata decisa).
Anche qui bisogna riprendere tutto il fascicolo.

Segue alla quarta parte.

venerdì 6 luglio 2018

L’articolo scritto da Angeli Federica su Repubblica storia non corrispondente ne alla realtà ne alle carte processuali - La storia nelle tre versioni parte due

Prima di leggere questo post va letto il post sulla parte 1.

Nella parte 1 troverete dei punti che andranno messi a paragone e che sono importanti per vedere le modifiche che vennero apportate.

Mentre l’articolo che scrisse la Angeli Federica riporta una storia completamente inesistente sia nella descrizione dei fatti reali sia rispetto alle carte processuali.

Antonia sale da Giuseppe verso mezzanotte (poco più) portandosi questa tizia.
Chiede a Giuseppe se possono cenare. Lui le dice di sì.

Ricordiamo che il signor Giuseppe è astemio ma non solo perché è anche allergico all’alcol in ogni sua forma, sia da ingerimento (soffocherebbe) sia da contatto, esempio:  in ospedale solo per essersi sbagliata l’infermiera nel non leggere tale allergia sulla cartella fatta in accettazione- triage, gli ha passato garza con alcol per fare il prelievo, pochi minuti dopo si è dovuto chiamare con urgenza la dottoressa per farle vedere cosa stava accadendo a partire proprio dal braccio dove era stato strofinato l’alcol.
La dottoressa dovette quindi con urgenza applicargli per ore delle flebo per evitare che il gonfiore proseguisse.

No ma per dire! Quando si indaga questi dettagli andrebbero scritti!!!

Anche perché si farà risultare dalle carte processuali un quadro alterato rispetto alla realtà,
un quadro in cui si da per certo che Giuseppe abbia bevuto vino mentre per paradosso si scriverà che la Laura (alcolista) non abbia bevuto, perché così lei diceva.
Ecco la prima nota!*

Stesso vale per hascish dove la Laura dichiara che Antonia e Giuseppe lo avevamo fumato (Giuseppe non fuma nemmeno le sigarette) mentre in realtà nessuno lo ha fumato, ne vi era alcuna presenza di questa droga.
Il punto è questo: se una persona fa accuse così gravi e da un elemento quale quello di aver fumato hascish, dato che entrambi sarebbero stati in pronto soccorso,
perché non è stata richiesta un’analisi per accertarlo?
Semplice, perché l’analisi avrebbe confermato che non vi era alcuna traccia.  Seconda Nota!*

Le due donne bevono del vino (questo dal racconto della Laura) il vino se lo sarebbe portato dietro Antonia, quindi Antonia e Laura, anche perché credo lo avessero sempre dietro.
Dalle carte si apprende anche che la Laura faccia uso di alcolici e spesso abuso, oltre essere eroinomane (dalla lettura delle carte a me appare evidente esserci una alternanza tra l’eroina e il metadone).

Il primo punto di falsità nell’articolo di Repubblica scritto dalla Angeli Federica:
Che la Laura non conosce i due, Antonia e Giuseppe.
Quindi che sarebbe stata avvicinata con mezzi subdoli.

La seconda falsità dell’articolo di repubblica:
Che la Laura sarebbe stata strattonata è caricata in macchina per essere legata con delle corde e portata via. Ricordiamo a Repubblica che un reato del genere si chiamerebbe rapimento.
Un’accusa del genere non è in nessuna parte delle carte processuali poiché la Laura dichiara divessersi recata assieme ad Antonia e Giuseppe a casa loro.

Ora c’è un punto che vale la pena di argomentare in questo punto.
In merito all’ecasione ed alla presenza del Giuseppe assieme alle due donne fuori casa.

Il processo viene celebrato molto tempo dopo l’accusa (la traduzione) del Giuseppe dai domiciliari in carcere.
- Giuseppe non ha alcun ricordo del processo per direttissima che sarebbe avvenuto il 19/08/03 mattina. Era stordito? Oppure fu portato un altro al suo posto?
Perché me lo domando? Perché se leggete bene le carte è proprio sui due giorni fra il 18 e il 19 che appare evidente esserci qualcosa di poco chiaro.
Infatti risulteranno due arresti avvenuti in casa uno il 18 mattina alle 8,30 ed uno il 19 sera alle 21,30.
La notizia certa è che l’arresto avvenne di mattina ma non si sa di quale dei due giorni.
Ricordiamo che la Laura va in caserma il 18 notte mattina ma la denuncia verrà scritta il 19 ma firmata dalla Laura in bianco il 18, anche la relazione viene scritta il 19 alle 23.
Ricordiamo anche che il pm viene contattato il 19 alle 13,30 e non il 18.


La storia nelle sue tre versioni parte 1

Punto per punto cerco di riportare le fondamentali differenze tra: la vera storia, la modifica apportata dall’accusa e la versione della denunciante inattendibile.

Giuseppe Verdi era in casa, non poteva muoversi poiché aveva un problema importante che gli impediva di muoversi con facilità, stava scontando un residuo di detenzione in carcere basata su un errore, praticamente a distanza di 5 anni gli notificarono che doveva scontare di nuovo una pena già espiata. La durata di questa detenzione era di circa 8 mesi. Per seri motivi di salute gli viene riconosciuta l’ incompatibilità con il carcere e dopo aver scontato alcuni mesi in carcere (circa 6) viene trasferito a casa dove doveva finire di scontare gli ultimi due mesi.

Durante la detenzione domiciliare si può uscire di casa due ore di mattina e due ore di pomeriggio tutto i giorni dal lunedì alla domenica, per necessarie esigenze di vita, un esempio banale ad esempio è camminare, proprio per evitare che lo stato di salute, ad esempio la circolazione del sangue, possa portare problemi; andare dal medico; in farmacia; a farsi la spesa; pagare le bollette; ecc

Il signor Verdi viveva da solo, non viveva presso la propria abitazione nessuna compagna.
Quella che sarà definita “moglie” altro non era che l’ex compagna intestataria dell’appartamento che aveva lasciato a Giuseppe.

La signora Antonia, ex compagna, viveva assieme ad un altro uomo (uomo che era noto e situazione che i carabinieri di zona sapevano) a pochi metri da quell’appartamento in un altra palazzina.

Quella sera del 17/8/2003 Antonia verso mezzanotte suona a Giuseppe dal cancello esterno al complesso, cancello che ancora era funzionante.

Giuseppe stava dormendo.
Risponde e lei gli dice se può aprirgli e farla salire perché ha litigato con il suo nuovo compagno che proprio quella sera non c’è e lei non ha le chiavi per andare a casa.
Lui si affaccia dalla finestra ed apre con il telecomando.
Non ha nessun motivo per non prestarle soccorso. Lei aveva una macchina. Non quella riportata dalle carte processuali utilitaria ma una macchina sportiva.

Quando Antonia sale in casa si presenta con una tizia Laura, persona già conosciuta in precedenza da Giuseppe il quale anni prima mentre era con Antonia questa tizia che girovagava spesso nei pressi di stazione Termini partecipò una volta ad una festa organizzata in un ristorante da Giuseppe e dove partecipava anche Antonia, in un’altra occasione chiese a Giuseppe se poteva aiutarla economicamente ma lui le disse che se aveva fame poteva mangiare lì al ristorante glielo avrebbe lasciato pagato.

Queste le occasioni in cui anni prima ci fu questa superficiale conoscenza.
Una sorta di amicizia l’aveva appunto con Antonia da anni non con Giuseppe che non ne ha mai avuto alcun interesse di nessuna natura, specie per come si poneva.